Primi in Europa

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Primi in Europa

di Laura Benfenati

L’Italia ha superato la Germania ed è il primo produttore di farmaci nella Ue: all’assemblea di Farmindustria le preoccupazioni dei produttori di farmaci per le scelte del “Governo del cambiamento”

La partita sembra complicata. Il ministro della Salute Giulia Grillo non si è vista all’annuale assemblea di Farmindustria e si è fatta sostituire da un sottosegretario che non ha detto nulla che già non si sapesse. In compenso una settimana dopo, in un’intervista a Il Messaggero, il ministro ha annunciato che istituirà un tavolo per la riforma della governance farmaceutica, per assicurare al Servizio sanitario «i farmaci migliori al miglior prezzo» e ricomincia a circolare la temutissima parola “gare”.

Al momento in cui andiamo in stampa il dialogo tra industriali del farmaco e il ministero non sembra ancora avviato. E lo si è ben capito all’assemblea, il cui titolo, “Incontro al futuro” mai come quest’anno poteva essere così appropriato.

UN MODELLO CHE FUNZIONA

L’appuntamento romano in cui si celebrava il quarantennale dell’associazione degli industriali del farmaco si è aperto con un importante annuncio del presidente Massimo Scaccabarozzi: l’Italia, superata finalmente la Germania, è oggi il primo produttore di farmaci in Europa, con 31 miliardi di euro di produzione (figura 1). In 10 anni le esportazioni sono aumentate del 107 per cento (oggi sfiorano i 25 miliardi) e gli investimenti nel solo 2017 hanno superato i 2,8 miliardi di euro, 1,5 dei quali destinati alla ricerca. «Oggi festeggiamo quarant’anni di storia delle industrie del farmaco, che spesso sono nate nei retrobottega delle farmacie e che portano in molti casi il nome delle famiglie che le hanno fondate», ha esordito Scaccabarozzi. «Aziende che hanno creduto nel biotech, che investono sempre in nuove competenze e in innovativi modelli organizzativi, che hanno puntato sull’internazionalizzazione, sull’eccellenza nella produzione, nella meccanica, nei servizi e che hanno fatto sistema. Quarant’anni in cui si sono anche però guadagnati 10 anni di vita media in più, grazie allo straordinario impegno nella prevenzione, all’attenzione agli stili di vita, ai progressi della scienza medica e al lavoro di ricercatrici e ricercatori delle imprese farmaceutiche in tutto il mondo». Scaccabarozzi ha sottolineato che il 55 per certo dell’export biotech dell’intero Paese è realizzato dalle imprese del farmaco, che c’è stato negli anni un costante aumento della produzione, dell’export e degli addetti nel comparto, che superano oggi le 65.000 unità, per il 93 per cento assunte a tempo indeterminato. A metà luglio è stato rinnovato il contratto collettivo nazionale di lavoro per gli addetti alle industria chimica-farmeceutica per il periodo 2019-2022, con ampio anticipo sulla scadenza del contratto che conferma l’efficenza e la competitività del settore.

L’industria farmaceutica insomma, ha sottolineato il presidente, è un modello che funziona bene, è un’eccellenza nel settore manifatturiero: «Siamo pronti a dialogare con il ministro della Salute e il nuovo Parlamento, dobbiamo lavorare tutti insieme per garantire l’accesso alle cure ai pazienti, c’è troppa disomogeneità di trattamento, servono più risorse. Inutile negare che la sostenibilità delle nuove terapie rappresenti la più grande sfida per la salute dei pazienti, con 15.000 nuovi farmaci in arrivo anche per patologie molto gravi, che stanno trasformando il tradizionale farmaco come prodotto a farmaco come processo. Il cambiamento dei paradigmi tradizionali richiede nuove idee per affrontare l’invecchiamento della popolazione e quindi la necessità di gestire la cronicità e nuove regole per rendere compatibili le risorse con le innovazioni che stanno arrivando. 

Le nostre imprese offrono già un contributo significativo al Ssn perché ne sono parte integrante, siamo un sostegno economico e finanziario per il sistema». 

Figura 1

Figura 2 Spesa farmaceutica pubblica procapite totale nel 2017

L’ORGOGLIO DI BIG PHARMA

Scaccabarozzi ha proseguito ricordando che il nostro Paese è primo al mondo per numero di accordi innovativi tra le aziende e il Ssn per la remunerazione dei farmaci in base ai risultati. Si chiamano value-based agreement, accordi che prevedono il rimborso delle imprese farmaceutiche del costo del farmaco soltanto se è effettivamente efficace. La spesa farmaceutica pubblica in Italia è più bassa del 27 per cento rispetto a quella media dei Big europei (figura 2).

Negli ultimi cinque anni ci sono stati 7 miliardi di payback più 1,3 miliardi di risorse stanziate e non spese. Certo è necessario rivedere i meccanismi che regolano la spesa farmaceutica e ripensare a una governance adeguata ai tempi, ma bisogna capire come intende procedere il ministro: «Si è letto che si dovrebbe potenziare l’uso dei medicinali non coperti da brevetto, anche con meccanismi di equivalenza terapeutica come leva di risparmio», ha proseguito il presidente. «Voglio ricordare che essi rappresentano già oltre il 90 per cento dei consumi in farmacia e che per essi, generici o a marchio, il Ssn sostiene lo stesso costo che è peraltro ormai mediamente di pochi euro.

E la stessa cosa vale per i biosimilari, per i quali l’Italia è il primo Paese europeo come consumi e quota di mercato, prima della Germania e della Svezia. È molto difficile risparmiare con una revisione drastica dei Prontuari senza compromettere le capacità di investimento delle imprese: solo criteri scientifici, non economicistici, devono guidare le scelte». Le soluzioni? Finanziamenti adeguati, meccanismi più moderni di gestione della spesa, rispetto della proprietà intellettuale, tutela del brevetto e del marchio, accesso ai nuovi farmaci rapido e omogeneo sul territorio, regole certe e stabili, superamento della logica dei tetti, un’Aifa sempre più efficace ed efficiente. «Se, come ha di recente detto il ministro dell’Economia Tria, al centro dell’azione di Governo c’è il perseguimento prioritario della crescita dell’economia, noi vogliamo continuare a essere leva di crescita. Siamo Big Pharma, siamo italiani e orgogliosi di esserlo», ha concluso tra gli applausi Massimo Scaccabarozzi.

A destra, Massimo Scaccabarozzi. A sinistra, Paolo Mieli e Walter Ricciardi con il giornalista Franco Di Mare

In alto, Massimo Scaccabarozzi. Sotto, Paolo Mieli e Walter Ricciardi con il giornalista Franco Di Mare

SCELTE RISCHIOSE

«Pochi sanno», ha spiegato il giornalista e scrittore Paolo Mieli, «che quando si compra un farmaco si sta dando una mano a un’esperienza virtuosa di collaborazione pubblico-privato che ci fa vivere dieci anni di più» e ha aggiunto: «Nei Paesi che hanno nomi a capo di entità produttive si creano processi virtuosi e crescono aziende di cui l’Italia è giustamente orgogliosa. Non possiamo dire che il nostro Paese sia stato virtuoso fino al 1978 e poi che oggi siamo solo una Repubblica di ladri, queste letture sono demotivanti: per fortuna molti non ci credono e, come gli industriali del farmaco, lavorano e continuano a produrre ricchezza».

 «Senza l’industria che investe non si va da nessuna parte», ha ribadito Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità, «siamo ancora l’unico grande Paese con un Servizio sanitario nazionale ma ci sono evidenti criticità, come per esempio il fatto che a Napoli e Palermo l’aspettativa di vita è quattro anni inferiore rispetto ad altre parti d’Italia o che in Sicilia non si abbia accesso ad alcuni farmaci salvavita o a cure domiciliari. In certe zone d’Italia ci sono ospedali come quelli di Aleppo, in cui non si garantiscono terapie del diciannovesimo secolo. La politica non deve entrare nel merito delle scelte tecniche. E non si può continuare a fare disinformazione: a inizio anni Ottanta si erano ridotte le malattie infettive, l’industria ha smesso di investire in antibiotici e ora migliaia di persone muoiono perché non ci sono antibiotici. 

Oggi stiamo tornando indietro e ci dobbiamo preoccupare». 

Basti pensare ai discutibili interventi del nuovo Governo sulla questione vaccini. «Il prezzo della disattenzione lo pagheranno i nostri figli», ha aggiunto Mieli, «ogni affermazione grossolana va contrastata senza esitazione. La leggerezza sui vaccini in un momento di grande immigrazione è un rischio enorme». 

Insomma, il primo provvedimento in ambito farmaceutico, quello di rivedere il decreto Lorenzin sui vaccini, non è stata esattamente una buona partenza per il nuovo ministro, che peraltro è un medico. Attendiamo di capire come intende procedere il “Governo del cambiamento”, fiduciosi ma un po’ perplessi dal metodo che, per ora, rifugge del tutto il confronto e il dialogo. Non si ha memoria dell’assenza del ministro della Salute a un’assemblea di Farmindustria, anche questa non è una buona partenza. 

Inaugurata a L’Aquila la nuova area di produzione e ricerca della Dompé Farmaceutici

Futuri presenti

Oltre 200 milioni di euro sono stati investiti nel sito di produzione e ricerca Dompé di L’Aquila dal 1993, anno della sua inaugurazione: un esempio di eccellenza dell’industria farmaceutica italiana, in continua espansione. All’evento “Futuri presenti”, in occasione dell’inaugurazione della nuova area di produzione e ricerca, Sergio Dompé, presidente e ceo di Dompé Farmaceutici, ha raccontato: «Questa per noi è la prima parte di un sogno che si realizza ma è anche un punto di partenza. Consolidiamo ulteriormente la nostra presenza in questo territorio, con una prospettiva di lungo periodo e con una forte connotazione di innovazione. A L’Aquila possiamo vantare, da una parte, la produzione a livello globale della forma ricombinante di Ngf, New Growth Factor, terapia per il trattamento di una grave malattia rara orfana di cura e, dall’altra, l’attività del più grande granulatore con ugello rotante in uso in ambito farmaceutico a livello internazionale». 

Negli ultimi due anni sono stati investiti 30 milioni nell’impianto biotecnologico di L’Aquila, con un aumento della capacità produttiva a 50 milioni di confezioni l’anno. Ngf, frutto della ricerca italiana partita dagli studi di Rita Levi Montalcini, entrerà in agosto nel mercato Nord americano. 

Nel sito produttivo sono inoltre state realizzate nuove aree, con un edificio di quattro piani dedicato al processo produttivo di granulati ricoperti, un edificio di tre piani destinato al confezionamento e un nuovo magazzino. «Questa è l’Italia che mi piace», ha proseguito Dompé, «abbiamo un’industria farmaceutica di valore che dà lavoro a oltre 60.000 addetti, un export che supera il 70 per cento. Siamo il primo

Paese dopo la Germania per produttività, investiamo 1,5 miliardi all’anno in ricerca. E non pensiamo a delocalizzare perché sappiamo che sarebbe un grave errore strategico. Il nostro Paese ha enormi potenzialità». 

Un momento di grande commozione, durante il convegno, è stato quando Sergio Dompé ha ricordato Eugenio Aringhieri, il ceo dell’azienda scomparso ai primi di maggio: «Eugenio ha fatto tantissimo per la Dompé e per L’Aquila, aveva entusiasmo tanto quanto me. È stato in azienda 22 anni ed era per me molto più di un ceo, era un amico carissimo».  

Molti i manager di aziende farmaceutiche, i rappresentanti di istituzioni, della ricerca, dell’università, della stampa presenti a L’Aquila. «Grazie a Sergio Dompé per quello che sta facendo, uno dei più importanti dibattiti oggi riguarda la sanità», ha detto il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. «Ci sono 282 farmaci biotech in sviluppo, l’Ema ha approvato in Europa sei terapie avanzate e tre sono di origine italiana. L’export farmaceutico in Abruzzo è aumentato più che in Germania negli ultimi anni. Il futuro è già qui: la salute costa ma la malattia di più. Si sentono tante voci nel dibattito sulla salute, alcune antindustriali: la verità è che abbiamo un’industria solida che cresce, che vende, che esporta. Oggi che abbiamo stabilità, il settore è ripartito. Denigrare l’industria significa non avere futuro». E ha proseguito Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria: «Dietro al nostro pensiero economico c’è un’idea di società, che include, che accoglie. La farmaceutica è avanguardia dell’industria italiana e chi è contro l’industria oggi è contro l’Italia». 

Pubblicato su iFarma – Settembre 2018

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Il problema, ci dice il presidente dell’Enpaf Emilio Croce, non si risolve neanche con il passaggio al metodo contributivo, a meno di non ipotizzare l’aliquota percentuale di prelievo sul reddito pari al 33 per cento

L’adeguatezza delle pensioni? Poche soluzioni senza ingenti versamenti

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Ogni riflessione parte da due considerazioni indispensabili per sgombrare il campo da ogni equivoco. La prima è che se il tema della previdenza è tornato prepotentemente alla ribalta è perché, anche all’interno della farmacia è esploso un problema, quello del lavoro, del quale però nessuno sembra voler parlare. E si sa che non c’è previdenza senza occupazione. La seconda considerazione è che l’Enpaf è l’organismo di categoria che ha affrontato le sfide scaturite dalla crisi: ha tradotto le prestazioni assistenziali in sostegni al reddito per i colleghi in difficoltà (titolari di farmacie rurali a basso reddito, titolari e soci di parafarmacia in situazione di bisogno, disoccupati, precari) ed è a oggi l’unica Cassa di previdenza che riconosce lo status di disoccupazione all’ iscritto. 

I più grandi passi avanti sono stati fatti in tema di assistenza.

L’Ente ha varato di recente una riforma dell’assistenza, approvata in via definitiva dai Ministeri vigilanti, che ha permesso di avviare dal 16 gennaio scorso la copertura dell’assistenza sanitaria integrativa per gli iscritti e titolari di pensione diretta, con oneri a carico esclusivo dell’Enpaf. Al riguardo, è stata stipulata una convenzione con Emapi, fondo sanitario integrativo al quale aderiscono 11 Enti di previdenza. Dallo scorso 16 aprile, poi, è stata avviata la copertura base di assistenza sanitaria integrativa per i “grandi interventi chirurgici e i gravi eventi morbosi”, anche con oneri a carico dell’Ente. La cassa ha anche provveduto ad aggiungere alla garanzia di base, in automatico e sempre con oneri a proprio carico, un’ulteriore copertura che eroga “indennità per grave invalidità permanente da infortunio”.

Nonostante quanto sia positivo tutto ciò, però, le polemiche di questo 2018 hanno portato all’incontro collegiale del 23 maggio solo al termine di un lungo e tortuoso percorso…

Compiuti gli interventi sull’assistenza, abbiamo avviato il confronto con tutte le componenti della categoria per riordinare anche gli assetti della previdenza, sviluppando il prezioso lavoro già avviato nel precedente mandato (gli organi sono stati appena rinnovati dopo le elezioni degli Ordini, ndr) dall’apposita commissione coordinata dal professore Alberto Brambilla. Quel lavoro aveva subito un fisiologico rallentamento a causa dell’approvazione della Legge sulla Concorrenza, che prevede l’avvento dei capitali nella gestione delle farmacie private e impone quindi un’attenta valutazione delle ricadute sui conti della cassa di previdenza, obbligata dal “Salva Italia” del 2012 a rispettare l’obbligo dell’equilibrio del saldo previdenziale a 50 anni, pena il passaggio al sistema di calcolo contributivo.

Cosa sarebbe successo in quel caso?

Il metodo di calcolo contributivo funziona come un vero e proprio libretto di risparmio in cui il lavoratore, con il concorso dell’azienda, provvede ad accantonare il 33 per cento del proprio stipendio (per i lavoratori autonomi l’aliquota è il 24 per cento del reddito). Il capitale versato produce una sorta di interesse composto, a un tasso legato alla dinamica quinquennale del Pil e dell’inflazione. Ovviamente più cresce l’Azienda Italia, maggiori saranno le rendite su cui si potrà contare. Alla data del pensionamento, al montante contributivo, (ossia alla somma rivalutata dei versamenti effettuati), si applicherà un coefficiente di conversione che cresce in base all’aumento dell’età. Grazie ai conti in ordine, invece, e al rispetto del requisito della sostenibilità  a 50 anni, l’Ente, in accordo con tutte le sigle di categoria, potrà mantenere l’attuale sistema a prestazione definita limitando le misure stringenti imposte dal “Salva Italia” al solo innalzamento dell’età pensionabile a 68 anni e all’adeguamento all’aspettativa di vita per la pensione di vecchiaia.

Quindi, presidente, dopo il 23 maggio, tutti d’amore e d’accordo…

Da quel giorno, concluso l’intenso lavoro di ascolto delle componenti della categoria, è scaturita la conferma che per larga parte di esse il passaggio al sistema contributivo non costituisce una priorità. Non sono però mancate le richieste e le indicazioni per individuare misure percorribili a migliorare alcuni istituti previdenziali, che saranno ora approfondite per valutarne fattibilità e sostenibilità ai fini di una loro eventuale adozione.

Quali sono quindi le istanze rimaste ancora, per così dire, sospese?

A restare insoluto è, inevitabilmente, il problema dell’adeguatezza delle prestazioni, che peraltro non si risolve con il metodo contributivo, a meno di non ipotizzare la stessa aliquota percentuale di prelievo, sul reddito, pari a quella dei lavoratori dipendenti iscritti all’Inps, pari al 33 per cento. Tutti i dati, così come le informazioni relative a una delle ultime novità che è sicuramente utile conoscere, ovvero l’estensione dell’istituto del cumulo pensionistico agli iscritti di tutte le Casse di previdenza dei professionisti (un’ulteriore opportunità per maturare una pensione a chi abbia periodi assicurativi in diversi istituti, che considerati singolarmente sarebbero stati inutilizzabili, prevista dalla legge di bilancio 2018), possono in ogni caso essere riscontrati sul sito dell’Ente nella “sezione amministrazione trasparente”.

1 agosto 2018