Anatomia di un falso storico
L'ATTUALITÀ
Anatomia di un falso storico
Ovvero: le statistiche sui redditi dei farmacisti alla prova della bilancia di precisione. La conclusione? Guardando meglio dentro queste tabelle, ci si accorge che non valgono la carta su cui sono stampate
23 ottobre 2025
di Marcello Tarabusi e Giovanni Trombetta,
Studio Guandalini, Bologna
Puntuale e prevedibile, come tutte le rappresentazioni dell’insipienza umana, anche quest’anno è arrivata l’ennesima statistica dei redditi dei professionisti, pubblicata dal “Corriere della Sera” in un articolo a firma di Valentina Iorio (Redditi dichiarati, la classifica: notai e farmacisti in testa, commercialisti prima dei dentisti (a 67 mila euro) ).
E, come ogni anno, farmacisti e notai vengono additati al pubblico ludibrio per il loro peccato mortale di essere categoria ad alto reddito. Si levano, vero e proprio riflesso condizionato, gli alti lai e le geremiadi sullo sfruttamento dei collaboratori, sulla vergogna di un sistema che riserva a pochi l’accesso alla titolarità, per non parlare di chi invoca a gran voce le liberalizzazioni “incompiute”.
Ci si dimentica, come di consueto, di ricordare che notai e farmacisti dovrebbero essere invece portati sugli scudi per gli “eroi fiscali” che sono (l’espressione è stata coniata da noi in un’intervista rilasciata a Laura Benfenati nel lontano 2015). La verità, infatti, è che nella categoria il tasso di evasione è estremamente basso.
Reddito professionale e reddito d’impresa
Ma, soprattutto, ci si dimentica che il reddito dei “farmacisti” che viene sistematicamente confrontato con quelli degli altri liberi professionisti ha una natura completamente diversa. Mentre, infatti, per le altre libere professioni (sanitarie e non sanitarie) le statistiche che vengono pubblicate riguardano il reddito professionale (che ai fini fiscali è disciplinato dall’articolo 53 del testo unico delle imposte sui redditi), per i farmacisti, per i quali storicamente non è mai esistita una categoria dedicata di lavoratore “libero professionista”, vengono sempre utilizzati i redditi delle farmacie. Che, però, sono di tutt’altra natura, perché si tratta di redditi di impresa.
Il che non implica solo una differenza normativa (la disciplina fiscale di riferimento è da ricercare negli articoli 55 e seguenti del Tuir), ma anche una radicale differenza qualitativa. Il reddito di impresa, infatti, soprattutto nelle piccole e medie imprese, contiene in sé la remunerazione di due ben distinti fattori produttivi: uno è il lavoro dell’imprenditore, l’altro è il capitale investito.
L’utile di bilancio della farmacia, pertanto, va scisso (almeno per chiunque abbia le nozioni di economia aziendale che si apprendono sin dalla scuola di ragioneria) in due componenti: la remunerazione figurativa del titolare, e la remunerazione del capitale investito e del correlato rischio di impresa (questo, e solo questo, è reale utile dell’impresa).
Ecco allora che, se prendiamo il dato di 107.000 euro pubblicato dall’articolo del “Corriere della Sera”, dovremmo dire che quel reddito comprende circa 44.000 euro di remunerazione figurativa del lavoro del farmacista, e circa 63.000 euro di utile aziendale. Il che, guarda caso, non farebbe lo stesso scalpore (e a tal proposito, quale professionista accetterebbe di lavorare mediamente 40-48 ore a settimana per 50 settimane all’anno, con l’aggiunta dei turni notturni e festivi, per 44.000 euro?).
Le marchiane imprecisioni nei calcoli del reddito
Ma questa è storia vecchia, e ormai pensiamo che nessuno dovrebbe cascare nella trappola di questo tipo di sensazionalismo. Questa volta, però, c’è un elemento in più. Ed è qui – come direbbe il grande Bardo (o Dalton Russel) – che c’è l’intoppo. I dati pubblicati sul “Corriere della Sera”, di cui molti oggi si riempiono la bocca, non sono altro che un vero e proprio falso storico, privo di qualsivoglia attendibilità.
Se, infatti, si va a guardare il Rapporto dell’Osservatorio di Itinerari previdenziali (Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2025 – “Le dichiarazioni dei redditi 2023: l’analisi Irpef e delle altre imposte dirette e indirette per importi, tipologia dei contribuenti e territori negli ultimi 16 anni”), da cui scaturisce la tabella del “Corriere”, si scopre che quel numero deriva da un astruso calcolo ipotetico, basato su dati disomogenei e male interpretati. A pagina 32 del Rapporto si legge infatti (testualmente) quanto segue, in nota alla tabella che riporta i dati reddituali:
“Fonte dati: Federfarma ‘La Farmacia italiana 2025’. Il reddito medio è stato calcolato come rapporto tra il 10 per cento del fatturato complessivo delle farmacie e il numero di titolari, soci, associati in partecipazione e collaboratori familiari, con esclusione dei circa 57 mila farmacisti dipendenti iscritti all’Inps”.
Il calcolo, quindi, è stato fatto come segue: partendo da un fatturato complessivo del settore di 26,132 miliardi (dato Federfarma per il 2023, risultante dal rapporto La Farmacia Italiana 2025), si applica una redditività media del 10 per cento, ottenendo un reddito complessivo di 2,6 miliardi circa. Dividendo questo valore per 24.400 (numero dei farmacisti) si ottiene il reddito medio di 107.000 euro (Tabella 1).
Tabella 1 – Il metodo di calcolo di Itinerari previdenziali
Fatturato totale settore |
26.132.000.000 |
Reddito 10% |
2.613.200.000 |
Numero farmacisti |
24.400 |
Reddito pro capite |
107.098 |
La ragione è molto semplice: mentre la maggior parte della Casse professionali calcola la contribuzione sul reddito dichiarato ai fini fiscali, l’Enpaf applica una contribuzione in misura fissa (oltre allo 0,90 per cento sul fatturato Ssn delle farmacie). Pertanto, all’Enpaf non sono minimamente noti i redditi dei suoi iscritti. Conseguentemente, Itinerari previdenziali, che fonda le sue analisi sui dati comunicati dalle varie gestioni previdenziali dei professionisti, ha dovuto “inventarsi” uno stratagemma per calcolare un ipotetico reddito medio dei farmacisti, che l’Enpaf non poteva comunicare perché all’ente il dato è del tutto ignoto. Peccato che molti dei dati impiegati per fare questo calcolo presuntivo siano imprecisi o arbitrari.
Il numero dei farmacisti viene indicato come comprensivo di collaboratori familiari, associati in partecipazione e soci di società: è ragionevole che si tratti dei dati ricavabili dall’Enpaf, e riferibili ai soggetti che, in base all’articolo 21 del Regolamento Enpaf, sono tenuti al versamento della quota intera, perché titolari di una partecipazione agli utili.
Il fatturato di settore, impiegato come base di calcolo, è quello di tutte le 20.195 farmacie italiane, comprensive però di circa 1.700 farmacie comunali: dal fatturato complessivo di settore dovrebbero quindi eliminarsi i ricavi delle farmacie pubbliche. Le farmacie private sono circa il 91 per cento del totale: volendo ipotizzare che, in media, la distribuzione del fatturato sia omogenea tra farmacie pubbliche e private (e non è detto che sia così), il 9 per cento dei ricavi totali non possono essere inseriti nel conteggio, perché estranei ai titolari di farmacia privata.
Vi è poi un’altra significativa castroneria nel metodo di calcolo: nel suo rapporto La Farmacia italiana 2025 Federfarma precisa (p. 22) che la fonte del dato pubblicato è Iqvia. E come tutti, ma proprio tutti (a parte Itinerari previdenziali) sanno, i dati Iqvia sono al lordo dell’Iva. Considerando un’aliquota media Iva del 10,5 per cento, il fatturato netto 2023 scende a 23,6 miliardi.
E veniamo alla percentuale di redditività del 10 per cento. Questa è del tutto campata in aria e non vi è la minima indicazione della fonte da cui è tratta, e ciò per la semplice ragione che non esiste una fonte che indichi quel dato. Abbiamo provato a fare un esperimento, basato sulla più ampia banca dati pubblica disponibile per i bilanci di società italiane. Estraendo un campione di bilanci di 3.090 farmacie dalla banca dati Aida, la media complessiva di rapporto tra utile prima delle imposte e fatturato è 4,18 per cento. Prendendo le sole 2.445 farmacie del campione che hanno redditi positivi (escludendo, quindi, quelle in perdita ante imposte) la media sale a 8,31 per cento; guardando, tra queste, alle 2.370 con fatturato compreso tra 500.000 e 10.000.000, si sale all’8,37 per cento: siamo comunque ben lontani dal 10 per cento ipotizzato (senza alcun fondamento) da Itinerari previdenziali. Per dare un’idea dello scostamento, ripercorrendo i calcoli (comunque astrusi) dell’osservatorio, ma inserendo dati meno scorretti, si ottiene il risultato illustrato nella Tabella 2. Ossia, un reddito pro capite molto vicino a quello di dottori commercialisti, chirurghi e odontoiatri.
Tabella 2 – Ricalcolo del reddito pro capite con dati corretti e verificabili
Fatturato di settore (Iqvia) |
26.132.000.000,00 |
Scorporo IVA 10,5% |
23.648.868.778,28 |
Quota fatturato private (91,5%) |
21.631.191.090,49 |
Redditività media da banche dati |
8,37% |
Reddito complessivo presunto |
1.810.530.694,27 |
Numero farmacisti |
24.400 |
Reddito medio pro capite |
74.202,08 |
Tanto rumore per nulla
Ogni volta che appaiono queste tabelle, cominciano le grida “al lupo!” e “dagli al titolare!”, ma sono soli riflessi condizionati frutto della coazione a ripetere, senza che mai vi sia la minima riflessione sul significato dei numeri che vengono pubblicati e sulla loro attendibilità. Queste strida che, infallibilmente, ogni volta partono a comando, ci ricordano molto la nonna di Checco Zalone in Una splendida giornata, che a comando sferruzzava o dormiva a seconda che si accendesse o si spegnesse la luce (chi volesse rivedere la scena, la trova qui). Eppure, guardando meglio dentro queste tabelle, ci si accorge presto che non valgono nemmeno la carta su cui sono stampate.
Il che non toglie che in Italia esista un serio problema di livello delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, e di perdita di potere di acquisto della classe media. Ma additare sempre e comunque notai e farmacisti come “brutti, sporchi e cattivi” non solo non aiuta a risolvere i problemi, ma nemmeno a comprenderne le cause e la portata.
