Una nuova remunerazione stimola la competizione

COPERTINA

Una nuova remunerazione stimola la competizione

di Carlo M. Buonamico

Finché i servizi, esclusa la Dpc, non vengono adeguatamente remunerati, le farmacie li erogano o per fidelizzare il paziente o per puro spirito di servizio. Quando invece saranno remunerati diventeranno davvero fattore competitivo tra farmacie, ci dice Claudio Jommi dell'Università del Piemonte Orientale e Cergas Bocconi

Farmacia e farmacista, oggi e domani, tra nuovi modelli di remunerazione, necessità di risparmio del Sistema sanitario, nuovi customer journey, esigenze dei pazienti che cambiano e nuove soluzioni di comunicazione e marketing. Abbiamo incontrato Claudio Jommi, direttore scientifico dell’Osservatorio farmaci presso il Cergas Sda Bocconi di Milano e professore associato di management al Dipartimento di Scienze del farmaco all’Università del Piemonte Orientale, che ci ha illustrato la sua visione sul futuro di questo presidio di salute e dei professionisti che lo conducono. 

Professor Jommi, la farmacia territoriale sta attraversando un periodo di profonda transizione e il tema del cambio di paradigma per la remunerazione dei farmacisti è particolarmente caldo: ci può fare un quadro della situazione?

Il tema della modifica della remunerazione della farmacia è oggetto di discussione da parecchio tempo. La legge 122/2010 prevedeva la possibilità di introdurre una remunerazione basata su una prestazione fissa in aggiunta a un margine ridotto; sono seguite diverse proposte, mai attuate. La legge 69/2009 e i relativi decreti attuativi sui servizi in farmacia prevedevano nuove forme di remunerazione da definire nell’accordo collettivo nazionale, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, anche qui con pochi risultati. A questo si aggiunge la rilevanza che ormai hanno assunto le nuove forme di distribuzione dei farmaci (diretta e per conto). Credo che sia il momento di riprendere le fila e arrivare davvero a un sistema misto di remunerazione (fisso e a margine), con una prevalenza della quota fissa come già previsto dalla normativa. 

Consideriamo le attuali pesanti differenze regionali nella gestione di Dpc e Dd, che in alcuni casi, come in Emilia Romagna, penalizzano fortemente i farmacisti. Il cambio del paradigma di remunerazione delle farmacie potrà comportare l’esaurimento della Dpc e il ridimensionamento della Dd?  

Certamente un cambio della remunerazione che avvicini, nella modalità di remunerazione, la convenzionata alla Dpc renderà meno utile la Dpc, anche se rimane una differenza tra Dpc e convenzionata: in Dpc i farmaci vengono acquistati dalle aziende sanitarie che possono fare leva su evetuali sconti di fornitura. La Dd potrebbe ridimensionarsi, ma se la Dd mantiene un razionale al di là del semplice vantaggio economico, credo che un mix di Dd e convenzionata/Dpc rimarrà una buona soluzione anche per il futuro.

I farmaci innovativi attualmente in Distribuzione diretta potrebbero essere di nuovo dispensati in futuro, con il cambio di remunerazione, nelle farmacie territoriali? 

Potrebbe accadere, ma ricordo che la Dd ha un razionale, almeno in linea di principio, clinico e di monitoraggio del paziente e non di natura economica. Comunque se si passasse alla remunerazione in quota fissa, certamente non vi sarebbe l’aggravio di spesa importante per l’Ssn che si avrebbe nel caso di remunerazione a margine.

Ma una revisione del modello attuale sarebbe a suo avviso attuabile in questo momento storico, con valori delle ricette più contenuti che in passato?

La revisione del modello attuale è proprio funzionale a questo periodo storico, in cui la farmacia sta distribuendo farmaci a prezzo contenuto e con margini (in valori assoluti) più bassi. Introdurre un sistema misto prima avrebbe presumibilmente salvaguardato nel lungo periodo di più le farmacie. 

Quali conseguenze ci sarebbero oggi per le farmacie?

Qualunque modifica del sistema di remunerazione ha effetti diversi sugli operatori. Nello specifico, l’introduzione di una tariffa fissa per confezione dispensata (come parte prevalente della remunerazione) va a favorire le farmacie che hanno oggi margini in valore assoluto minori (per esempio, per effetto di una più diffusa Dd di farmaci a prezzo più elevato). Va poi considerato che la Dpc è oggi remunerata in gran parte a tariffa fissa decisa a livello regionale o locale. La transizione va quindi gestita, ma il fine ultimo è quello di remunerare l’attività professionale e usare il sistema di remunerazione anche come fonte di competizione tra le farmacie.

In che modo il nuovo sistema di remunerazione è fonte di competizione? 

Il concetto è semplice: finché i servizi (esclusa la Dpc) non vengono sufficientemente remunerati (o non vengono remunerati proprio), le farmacie li erogano o per fidelizzare il paziente o per puro spirito di servizio per la collettività. Quando invece verranno remunerati, diventeranno davvero fattore competitivo tra farmacie.

L'investimento in innovazione digitale non deve andare a discapito della reputazione che rappresenta
oggi il principale vantaggio competitivo per il farmacista

Parliamo ora della figura del farmacista, gli viene chiesto di essere sempre di più un operatore della salute che contribuisce al buon andamento della sanità anche seguendo direttamente i pazienti nell’aderenza alla terapia, favorendo in ultima analisi un minor accesso alle strutture sanitarie ospedaliere. Come vede i camici bianchi oggi e come immagina il loro ruolo tra cinque e tra dieci anni?

Vedo una graduale transizione (direi a dieci anni) verso un approccio integrato alla gestione del paziente. Integrato sia nelle diverse attività del farmacista rispetto al paziente, con un crescente approccio olistico alla sua gestione, sia nei rapporti con gli altri operatori del Ssn. Il tema dell’aderenza è ovviamente uno di quelli in cui l’integrazione tra operatori e l’interazione “personalizzata” con il paziente sono essenziali, visto che la mancata aderenza al trattamento nasce da diversi fattori che un singolo professionista sanitario non può risolvere. Intanto, nei primi cinque anni si possono rafforzare le condizioni (compreso il sistema di remunerazione) che spingono verso questa direzione.

Un altro tema molto rilevante è la sostenibilità del sistema sanitario, che richiede sempre di più il ricorso all’out of pocket da parte dei cittadini, perché il payer non ce la fa a coprire tutti i costi per la spesa farmaceutica. Da qualche anno si assiste all’ingresso di nuovi player, le assicurazioni sanitarie. Qual è la relazione esistente oggi con i cittadini e con le farmacie? Come evolverà a suo avviso nel futuro?

È importante su questo tema partire dai dati. Oggi il Ssn fornisce una copertura vicina al 70 per cento della spesa farmaceutica totale, inclusa la spesa per farmaci acquistati da aziende sanitarie che di fatto sono integralmente rimborsati. E la copertura pubblica è scesa di soli 5 punti percentuali dal 2001 al 2017. È vero anche che la spesa privata per farmaci sta aumentando e che il ruolo delle forme integrative di copertura (assicurazioni sanitarie e casse mutue), in generale sulle prestazioni sanitarie e in particolare sui farmaci, è ancora abbastanza limitato, anche se in crescita. Avere un’intermediazione assicurativa è certamente più equo dell’out-of-pocket puro: è quindi importante che tale intermediazione si sviluppi, ma è importante che il Servizio sanitario presidi bene ciò che ritiene prioritario presidiare.

Visto che stiamo guardando al di là del presente, come immagina sarà la farmacia del futuro, tra innovazione digitale, nuovi canali di comunicazione con i pazienti e nuovi customer journey?

Innovazione digitale e nuovi canali di comunicazione sono certamente fattori essenziali per aumentare la stabilità della relazione con il paziente e, più in generale, con i cittadini. Credo però che tale investimento non debba andare a discapito dei due aspetti per i quali il farmacista è ancora oggi riconosciuto come uno dei professionisti più vicini al paziente: la professionalità (che vuol dire competenza tecnica, affidabilità, conoscenza delle regole) e capacità di comunicare/relazionarsi con il paziente. Se vengono sminuiti questi due aspetti, la farmacia e il farmacista perdono la reputazione, che rappresenta oggi il loro principale vantaggio competitivo.

Se dovesse lavorare di fantasia e vedere realizzata la sua idea di farmacia e di farmacista, come sarebbero nel futuro?

La mia idea di farmacia e farmacista è in parte già una realtà. Quello che vorrei aumentasse sempre di più è, come già sottolineato, la capacità della farmacia di gestire in modo integrato il paziente, con un’attenzione crescente alla prevenzione, alla comunicazione sugli stili di vita, al supporto nella gestione delle terapie. E credo sia auspicabile una maggiore interazione con i medici, soprattutto nel supporto alla gestione delle patologie minori e delle cronicità. Questo vuol dire un farmacista (e una farmacia) più competitivi sulle proprie competenze distintive.

Pubblicato su iFarma – Settembre 2018

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