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Epatite C: pazienti in calo, ma in Italia sono ancora 270-330 mila

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Epatite C: pazienti in calo, ma in Italia sono ancora 270-330 mila

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Un’indagine dell’associazione pazienti Epac aggiorna lo stato della diffusione dell’epatite C in Italia: 200 mila i soggetti con malattia già diagnosticata; circa 100 mila i soggetti infetti, ma ancora senza diagnosi

1 ottobre 2018

di Redazione

L’epatite C torna agli onori della cronaca con la diffusione dei primi dati dell’indagine “Epatite C: stima del numero di pazienti con diagnosi nota e non nota residenti in Italia”, realizzata dall’associazione di pazienti Epac, in collaborazione con l’Eehta del Centro di Studi Economici e internazionali (Ceis) dell’Università tor vergata di Roma e con il contributo incondizionato di Gilead.

Le prime stime parlano di un numero di pazienti con epatite C compreso tra 270 e 330 mila. Cifra che si compone delle 200 mila persone con diagnosi certa a cui si aggiungono circa 100 mila casi del cosiddetto “sommerso” ovvero quanti hanno contratto l’infezione ma ancora non lo sanno.

L’indagine, che aggiorna l’edizione precedente del 2015, è indiretta ed è stata svolta partendo dai registri regionali sulle esenzioni per patologia applicando successivamente variabili correttive. In questa nuova edizione è stato migliorato lo standard di raccolta delle informazioni grazie, tra l’altro, a un sondaggio tra i pazienti e che ha coinvolto 13 importanti strutture ospedaliere di Campania, Lazio e Piemonte.

Di particolare interesse la stima delle infezioni non ancora diagnosticate, aspetto particolarmente rilevante della patologia per arrivare alla sua eradicazione. La maggior parte del sommerso è rappresentato da soggetti tossicodipendenti e over 65.

Ma perché avere consapevolezza di quanti e quali sono i casi sommersi è così importante?

Spiega Francesco Saverio Mennini, Direttore del CEIS dell’Università Tor Vergata di Roma: “Conoscere quanti pazienti con Hcv devono ancora essere trattati favorisce una programmazione virtuosa ed efficiente, anche dal punto di vista economico e finanziario, incidendo positivamente sulla sostenibilità di sistema. Il trattamento del paziente nella fase precoce della malattia determina un ritorno completo dell’investimento effettuato dopo circa sei anni ed è plausibile che questo trend prosegua, comportando minori impatti sulla spesa e ritorni ancora più rapidi.”

Aggiunge Ivan Gardini, presidente Epac: “la maggior parte dei pazienti da curare vanno cercati in serbatoi al di fuori delle strutture autorizzate, e sono necessari piani di eliminazione regionali in grado di organizzare la presa in carico e l’avvio al trattamento dei pazienti da curare tramite il coinvolgimento di tutti gli stakeholder interessati (carceri, SerD, Medici di famiglia, ecc.) e l’adozione di micro e macro piani diagnostico-terapeutico-assistenziali funzionali a tale obiettivo. Ma sono ancora troppo poche le regioni che si stanno organizzando in questa direzione, nonostante vi siano risorse vincolate per l’acquisto di farmaci anti Hcv, raccomandazioni Oms, e quantità industriali di studi clinici che evidenziano la necessità di curare tutti i pazienti il prima possibile”.

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