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Intelligenza artificiale, regole certe ma anche sinergia università-imprese

L’INNOVAZIONE

Intelligenza artificiale, regole certe ma anche sinergia università-imprese

Al Forum AI a Milano si è discusso di strategie e di regolamentazione europea, mentre il nostro Paese, forte a livello universitario nella ricerca, arranca sul fronte della formazione su questi temi. E le imprese? L’AI generativa sta aumentando il gap tra le aziende

11 aprile 2024

di Laura Benfenati

«Trattiamo l’AI da più di 30 anni. Oggi, con la generativa che si sta applicando non solo alla Pubblica amministrazione ma anche alle imprese, dobbiamo abituarci all’accelerazione», ha esordito così Mario Nobile, direttore generale dell’AgID, Agenzia per l’Italia digitale, all’AI Forum, il Forum dell’Associazione italiana per l’intelligenza artificiale che si è tenuto la scorsa settimana a Palazzo Mezzanotte a Milano.
«I rischi evidentemente ci sono – ha proseguito Nobile – c’è per esempio enorme attenzione da parte della politica, e utilizzare soluzioni di intelligenza artificiale in campagna elettorale può essere pericoloso: basti pensare a strumenti che simulano l’aspetto e la voce di una persona cui far dire qualsiasi cosa. Non dobbiamo però spaventarci, queste nuove attività vanno gestite con un’etica che è già presente nella nostra Costituzione. E si devono invece sfruttare i vantaggi di queste tecnologie, che possono migliorare vita, performance e business».
Nobile ha proseguito ricordando che siamo il settimo Paese al mondo per la ricerca scientifica ma abbiamo il grande limite di non riuscire a trasferire questo sapere alle imprese: «La tutela dei diritti fondamentali è una priorità ma lo è anche sfruttare queste tecnologie per dare nuove opportunità alle imprese e ai giovani. L’importante è avviare in fretta spazi di prova, partendo dalla Pubblica amministrazione; abbiamo cervelli, finanziamenti e poco tempo: è il momento di agire, non di parlare».

Il Regolamento europeo

Il tema normativo è dunque fondamentale e l’Europa si è mossa prima del resto del mondo, lo ha ben spiegato Brando Benifei, co-relatore del “Regolamento sull’intelligenza artificiale” al Parlamento europeo: «Non si tratta di una legge immediatamente operativa in tutti i suoi aspetti, ci vorrà del tempo, ma è la prima al mondo che tratta in maniera orizzontale la gestione dei rischi e delle opportunità connesse all’intelligenza artificiale. L’implementazione sarà graduale, dopo la fine dell’iter legislativo sarà una legge in Gazzetta ufficiale e nell’arco di sei mesi da maggio entreranno in vigore i divieti di casi d’uso considerati troppo pericolosi nel contesto europeo. Alcuni esempi? L’uso indiscriminato delle telecamere a riconoscimento biometrico negli spazi pubblici con finalità di sorveglianza, la polizia predittiva in determinate circostanze, il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro e di studio».

Parole d’ordine: trasparenza ed etica

Benifei ha poi spiegato che nell’arco di due anni diventeranno obbligatori tutti gli altri aspetti della legge affinché il sistema sia sicuro, con l’identificazione di alcuni casi d’uso definiti “ad alto rischio” che richiedono più attenzione: l’uso nell’ambito medico, per esempio, nell’amministrazione della giustizia, nella valutazione degli allievi a scuola, nei luoghi di lavoro. «Vogliamo che ci sia trasparenza nella riconoscibilità dei contenuti prodotti da intelligenza artificiale generativa, trasparenza rispetto all’uso di contenuti coperti dal diritto d’autore. Lo spirito della legge è creare fiducia nei cittadini e dare certezze alle imprese e nel nostro Paese abbiamo su questi temi ancora molte preoccupazioni, anche perché c’è un ritardo su questioni di digitalizzazione di base. Non bastano però le regole, servono collaborazione dei nostri supercomputer europei, investimenti e ricerca comune. Vogliamo sostenere lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali ma anche dare un messaggio chiaro ai nostri cittadini: in Europa riusciremo a contrastare le discriminazioni algoritmiche, non avremo più dubbi su dove andranno a finire i dati sanitari di un paziente quando si lavora utilizzando un sistema di intelligenza artificiale, perché il modo in cui questo sistema è stato allenato rispetta una serie di criteri e tutela i diritti fondamentali. Vogliamo costruire un nostro modello di sviluppo europeo dell’intelligenza artificiale competitivo».

Una società poco digitalizzata

L’intelligenza artificiale nel 2020 rispondeva alla domanda di Turing se le macchine possono pensare, facendoci vedere un sistema che, per esempio, riconosce se una persona chatta mentre guida e che può sostituirla alla guida in tutta sicurezza. Oggi siamo invece entrati in un mondo che ha un impatto antropologico molto diverso ed è quello di ChatGpt, dei sistemi generativi, in cui si chiede un aiuto, un supporto alle proprie attività creative. Lo ha spiegato Gianluigi Greco, presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza artificiale e coordinatore del Comitato per l’aggiornamento della strategia nazionale sull’IA, Presidenza del Consiglio dei ministri: «Questo è un mondo che genererà ricchezza, si parla di un 18,2 per cento di Pil in più per i sistemi basati sull’AI, una svolta per il nostro sistema produttivo. Oggi tutti gli atenei italiani offrono un corso in intelligenza artificiale, l’AI è ovunque nel sistema formativo italiano, anche geograficamente. Eppure abbiamo ancora molti problemi: l’indice Desi che utilizza la Comunità europea per valutare il grado di digitalizzazione della società e dell’economia italiana ci indica che sulla formazione dei giovani su questi temi siamo lontani dalla media europea. Non sono sufficienti i nostri laureati, non ci sono giovani capaci di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale». L’Italia è la Cenerentola d’Europa anche sulle competenze digitali di base, nelle quali abbiamo un ritardo notevole: «Non ci si può fermare, abbiamo ottimi centri di ricerca, c’è bisogno di grandi investimenti di medio e lungo periodo e di sviluppare strategie che mettano le università in sinergia con le imprese, quindi ben vengano gli spazi di sperimentazione».

E le aziende?

Greco ha spiegato che nel nostro Paese il 71 per cento delle imprese sostiene che investirà in AI ma poi ci si muove lentamente per mancanza di skill e difficoltà a trovare un business case. «In Italia si parla tanto di AI ma il tessuto produttivo imprenditoriale si sta ancora chiedendo a cosa serva. Una strategia per l’intelligenza artificiale deve pensare a chi usa queste tecnologie, dobbiamo essere capaci di svilupparle ma anche di farle adottare, altrimenti è un fallimento di sistema. Bisogna entrare in tutte le imprese e innovarle».
«Tra le grandi imprese, ce ne sono molte che hanno avviato un progetto di ricerca in questo ambito, mentre tra le piccole e medie imprese le percentuali sono bassissime», ha spiegato Nicola Gatti, Ph.D. Full Professor in Computer Science and Artificial Intelligence al Politecnico di Milano. Nell’Osservatorio sull’AI del Politecnico si valutano solo servizi di intelligenza artificiale (no hardware e big data, censiti in un altro Osservatorio) e questo mercato raggiunge i 760 milioni, con un incremento importante del 52 per cento rispetto all’anno precedente. «I settori a maggior crescita sono quelli delle telecomunicazioni e quelli che hanno maggiori quote di mercato sono energia e banking», ha proseguito Gatti. «Per quel che riguarda il tipo di tecniche che vengono adottate dalle imprese, sono principalmente elaborazione dei dati, sistemi di predizione, decisione e controllo (30 per cento), analisi del testo e sistemi conversazionali (27 per cento), sistemi di raccomandazione (22 per cento), analisi video (10 per cento) e AI generativa (5 per cento). Questa bassa percentuale dell’AI generativa è dovuta al fatto che si utilizza soltanto dall’inizio dell’autunno, c’è stato pochissimo tempo per elaborare un progetto. L’AI generativa però viene utilizzata principalmente dalle grandi aziende, che adottano strumenti sempre più evoluti di intelligenza artificiale. Chi era fermo lo è sempre di più, l’AI generativa sta allargando il gap tra le aziende invece di ridurlo».

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