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La Nuova remunerazione: una chimera?

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La Nuova remunerazione: una chimera?

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Si riparte davvero? Sembra la storia infinita e più passa il tempo, più la questione si fa spinosa per i titolari di farmacia. Ora si parla di guardare al Modello Marche.

05 marzo 2019

di Antonio Astuti, farmacista

Nella mitologia greca, Chimera è un mostro con parti del corpo di diversi animali: testa di leone, testa di capra sulla schiena e coda di serpente. In araldica corrisponde, nell’esempio più noto, a un animale fantastico, simile a un leone con la testa di una donna. Nel linguaggio comune, infine, il termine “chimera” si riferisce a un sogno, un’utopia, qualcosa di pressoché irrealizzabile. Noi farmacisti, ancorati alla realtà e al pragmatismo ben più dei nostri antenati, identificheremmo senza dubbio la “Chimera” con il concetto di “Nuova remunerazione”, un qualcosa cioè da tempo agognato e per ora rimasto solo nei desideri… Ma, dopo che per anni non se ne è più parlato, nonostante l’evoluzione al ribasso del mercato Ssn, ecco che all’improvviso, sin dall’inizio di questo 2019 di belle speranze, la “Nuova remunerazione” è tornata in auge sulla bocca degli operatori. Ipotizzare un sistema slegato dal costo effettivo dei farmaci per dare valore tangibile all’atto professionale rischia infatti di diventare ben presto una necessità, e non più un’evoluzione lineare. Proviamo perciò a fare un punto della situazione per capire cosa potrà succedere nell’immediato futuro, partendo da chi ha avuto il merito di (ri)parlarne per primo, Venanzio Gizzi: «La mia principale preoccupazione – ci ha spiegato il presidente di Assofarm – era legata al fatto che nel Decreto Milleproroghe non era stata confermata la presenza dei protagonisti della filiera del farmaco al tavolo decisionale sulla Nuova remunerazione, per cui il rischio era quello di restare fuori dalla concertazione su un tema che, in realtà, coinvolge tutti quanti, dai produttori ai distributori, alle farmacie». Grazie proprio al grido di allarme di Gizzi, invece, la questione si è riaperta e, considerando anche le recenti dichiarazioni del ministro Giulia Grillo (che ha ribadito di voler potenziare a livello nazionale Dpc e Diretta, ndr), la categoria si è subito riunita con tutte le sue componenti per capire come impostare al meglio un nuovo progetto. «Noi di Assofarm – ha sottolineato ancora Gizzi – siamo profondamente convinti che la Nuova remunerazione debba andare di pari passo con la presa in carico del paziente da parte delle farmacie sul territorio che, se vuole essere davvero efficace, deve per forza riguardare tutti i farmaci». Federfarma, dal canto suo, non è stata certo a guardare passivamente: «Purtroppo in questi ultimi anni – ci ha detto il presidente Marco Cossolo – fra cambiamenti alla governance di Aifa e incarichi in scadenza la Nuova remunerazione è caduta nel dimenticatoio e anche noi abbiamo subito le conseguenze della confusione che si era generata con l’ipotesi del 2012, quando non si trovò la quadra per far sì che i ministeri si mettessero d’accordo su quanto da noi proposto. Ora siamo in fase di ripartenza di un nuovo percorso, condiviso dalle varie componenti della filiera, e stiamo lavorando attivamente al Tavolo: la nuova remunerazione è essenziale per la sostenibilità delle farmacie e dell’intero sistema. Ci aspettiamo quindi – insiste Cossolo – di essere presto reinseriti nel contesto decisionale e di ricominciare anche a parlare di Convenzione».

L’OCCASIONE PERSA

Dovendo quindi ripartire in pratica da zero e con la consapevolezza che i tempi sono molto cambiati rispetto a sette anni fa, siamo andati a ripescare due dei “tecnici” che avevano concorso a definire i contenuti del vecchio accordo bocciato, nel 2013, dai due ministeri di Economia e Salute: “Precisando che al momento non siamo coinvolti nelle sedi decisionali e che perciò non sappiamo esattamente quale sia lo stato di avanzamento dei lavori – ci tengono a sottolineare Giovanni Trombetta e Marcello Tarabusi, commercialisti dello Studio Guandalini di Bologna che all’epoca furono tra gli estensori della proposta per conto di Federfarma Servizise ripensiamo a quanto eravamo andati vicino alla soluzione ancora ci mangiamo le mani… Erano praticamente tutti d’accordo e grazie al lavoro che avevamo fatto insieme all’Aifa, eravamo anche riusciti a rispettare il criterio imprescindibile del non aumento della spesa. Addirittura i distributori erano disposti ad accettare una quota di spettanza (0,25 euro per medicinali con prezzo ex factory minore di 25 euro, aumentato a 0,35 se maggiore di 25, per confezione) decisamente inferiore ai costi di diretta imputazione sostenuti, contando di recuperare la perdita in parte dai maggiori margini dei generici e dei prodotti non etici e in parte dall’area finanziaria. Purtroppo fu commesso l’errore di non coinvolgere le Regioni; fu infatti la Conferenza Stato Regioni a boicottare il contenuto dell’accordo sottoscritto tra Aifa, distributori e farmacie”. Ma, proprio riflettendo su quanto accaduto, quali sono i presupposti per un nuovo progetto?Tutto sta alla disponibilità dell’Ente regolatore a voler dialogare su cifre ragionevoli per ognuna delle parti e quindi sarà importantissimo capire di quale rappresentanza sarà investito il Comitato di studi che nascerà. Chiaramente il vecchio modello andrebbe ampiamente rivisto, pur puntando a conservarne i principi fondamentali: da un lato il preteso non aumento della spesa cui contrapporre la centralità della professionalità del farmacista nella dispensazione territoriale tout-court dei farmaci. Un modello di ispirazione (alla cui genesi abbiamo contribuito ormai qualche anno fa) potrebbe essere rappresentato da un sistema consortile tra distributori intermedi, reinterpretato su nuovi perimetri elastici e inclusivi e governato da tarature economiche dinamiche, modello già operante con riconosciuto successo nella Regione Marche (vedi p.18, ndr), concludono Tarabusi e Trombetta. Insomma, buona fortuna ai nuovi protagonisti della vicenda che, senza voler per forza enfatizzare, hanno in mano la patata, più bollente che mai, del futuro della farmacia italiana.

IL MODELLO MARCHE

Sfogliando le principali guide turistiche, Le Marche vengono individuate come tali, una Regione, cioè, al plurale. «Ed è proprio così – esordisce Pasquale D’Avella, il presidente di Federfarma Marchesiamo in un territorio lungo e largo, dove al Nord si confina con l’Emilia Romagna e tutte le influenze produttive e sociali che ne derivano e al Sud, al contrario, arrivano gli influssi, tipici del centro-sud, di Lazio e Abruzzo. Insomma, una realtà davvero eterogenea che, naturalmente, si proietta anche sul mondo della farmacia…». Ma in questa Regione, ultimamente spesso nelle cronache a causa del terremoto del 2016, per quel che concerne l’assistenza farmaceutica è attivo da tempo un sistema di Distribuzione per conto (Dpc) che sta diventando un vero e proprio punto di riferimento a livello nazionale, come ci riferisce ancora il presidente: «È vero, non a caso la Lombardia, e, pare, anche il Veneto, due fra le Regioni più importanti e virtuose in termini di sanità, hanno inserito in loro recenti delibere lo studio del nostro modello». Quali sono quindi le eccellenze di quello che, da oltre dieci anni, è noto come Modello Marche? «Innanzitutto era importantissimo risolvere il problema della logistica – ha detto D’Avella – per riuscire a servire in maniera uniforme le oltre 500 farmacie della Regione, la maggioranza delle quali rurali. È stato così costituito un consorzio del quale fanno parte tutti i distributori della regione. Successivamente, dopo i molteplici accordi fra le organizzazioni sindacali, il Servizio sanitario regionale e le aziende, è iniziata la distribuzione dei farmaci del Pht, tramite la Dpc regolarizzata dalla Legge 405 del 2001, che effettuiamo in farmacia al costo di 4,12 euro al pezzo per tutti quelli sotto il tetto dei 1,2 milioni di pezzi. Da lì in avanti l’onorario scende a 3,50 euro, al quale poi si va ad aggiungere un’altra quota di remunerazione legata ad alcuni servizi, fra cui, per esempio, lo screening del sangue occulto nelle feci per il tumore al colon retto». Peraltro, un sistema che permette di far transitare attraverso le farmacie un’ampia gamma di medicinali innovativi: «Verissimo – ha aggiunto il presidente – basti pensare che nel 2018 abbiamo distribuito 1,7 milioni di pezzi, dando modo ai farmacisti marchigiani di acquisire competenze tecniche e scientifiche su ogni tipo di molecola, anche le più recenti, questione dal significato di altissimo valore etico. In generale, comunque, puntare a dividere il più possibile la remunerazione dalla percentuale di margine d’acquisto è un obiettivo nobilissimo e sicuramente da perseguire con convinzione, cosa che Federfarma ha sempre fatto nonostante le tante difficoltà legate spesso alla mancanza di interlocutori, visti i continui cambi della guardia a livello politico, ma anche operativo, all’interno delle Istituzioni. Speriamo ora di aver intrapreso la strada giusta e condivisa da tutti i soggetti interessati, per arrivare, nei tempi e modi opportuni, a formalizzare un nuovo sistema di remunerazione che darà sicuramente maggiore dignità e sicurezza all’adeguato svolgimento della nostra professione, che piaccia o non piaccia, da secoli e secoli, è stata definita insostituibile e socialmente fondamentale dal nostro illustre corregionale Federico II».

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© New Nomads/shutterstock.com

Pubblicato su iFarma – Marzo 2019

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