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“Save your Heart”: ipertesi nel post pandemia

L'AGGIORNAMENTO

“Save your Heart”: ipertesi nel post pandemia

Save your heart

Dall’indagine promossa dal Gruppo Servier emerge un quadro allarmante sullo stato di salute dei pazienti. Incostante aderenza alle cure e mancati controlli caratterizzano il panorama ipertensione dopo due anni di Covid

10 marzo 2022

di Claudio Buono

La pandemia ha impattato fortemente sulle condizioni di salute degli ipertesi, il 50 per cento dei quali ha un rischio cardiovascolare alto o molto alto. È quanto emerge dalla campagna di screeningSave your Heart”, promossa dal Gruppo Servier in Italia, in collaborazione con la Società italiana di farmacia clinica (Sifac) e con il patrocinio della Società italiana dell’ipertensione arteriosa (Siia), della Società italiana per lo studio dell’aterosclerosi (Sisa) e Conacuore Onlus.

Lo studio osservazionale – condotto tra maggio e luglio 2021 in 21 farmacie di comunità presenti in 15 Regioni italiane – aveva l’obiettivo di indagare i fattori di rischio cardiovascolare non diagnosticati e/o non controllati in soggetti ipertesi in trattamento antipertensivo e di intercettare i pazienti che sottovalutano o ignorano le possibili conseguenze a cui sono esposti. I risultati sono stati recentemente pubblicati su “GIHTAD – Giornale Italiano di Health Technology Assessment & Delivery” e presentati nel corso di un talk in streeming
dal titolo “Save Your Heart – Nuovo studio fotografa lo stato di salute dei pazienti ipertesi post Covid: ancora molti i fattori di rischio cardiovascolare non controllati”.

Dallo sceening dati allarmanti

Lo screening ha coinvolto oltre 500 soggetti ipertesi di entrambi i sessi dai 50 anni in su disponibili a effettuare in autoanalisi la misurazione della pressione arteriosa, il profilo lipidico (colesterolo totale, Hdl e Ldl) e la glicemia, nonché la compilazione di un questionario sull’aderenza alle terapie in corso. «I risultati dello studio restituiscono una fotografia preoccupante dello stato di salute dei pazienti ipertesi post pandemia ed evidenziano la necessità di un approccio clinico che miri a identificare e a trattare efficacemente i pazienti cronici», afferma Maurizio Pace, segretario Fofi.
Gli fa eco Claudio Ferri, professore ordinario di Medicina interna dell’Università dell’Aquila e past president Siia, che rende noto come il 68 per cento dei partecipanti non raggiunga valori pressori accettabili, mentre il 59 per cento di soggetti trattati per l’ipercolesterolemia non presenta valori di colesterolo Ldl a target. Inoltre, il 72 per cento di coloro che hanno dichiarato di non essere ipercolesterolemici ha valori superiori a quelli indicati dalle linee guida per il colesterolo Ldl. In aggiunta a ciò, il 69 per cento degli ipertesi diabetici non ha un buon controllo della propria glicemia e tra coloro che hanno dichiarato di non avere il diabete, pari a circa l’85 per cento del campione, sono stati riscontrati valori di glicemia tipici degli stati prediabetici e diabetici nel 31 per cento dei casi. Un’ulteriore criticità viene dal fatto che quasi la metà dei partecipanti (49 per cento) è risultata avere un rischio alto o molto alto di andare incontro a un evento cardiovascolare fatale a 10 anni.

Due studi a confronto

I dati dell’indagine “Save your Heart” rispecchiano quanto emerso dal Rapporto Salutequità del ministero della Salute che mostra la riduzione degli esami di laboratorio (67 per cento) e delle visite ambulatoriali (13 per cento) durante la prima ondata pandemica. Infatti, oltre il 40 per cento dei pazienti è risultato solo parzialmente aderente alla terapia, condizionando l’efficacia dei trattamenti stessi e causando un mancato controllo dei parametri pressori. Inoltre, i pazienti si sono recati meno in farmacia e anche questo ha avuto un’inevitabile ricaduta sull’aderenza terapeutica

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