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La relazione umana conta quanto la cura

IL LIBRO

La relazione umana conta quanto la cura

Nel suo ultimo libro l’oculista Paolo Nucci ci racconta che in tempi di AI, cure e diagnosi individuali autonome, la medicina vera non può prescindere dall’alleanza medico-paziente fatta di parole, omissioni, silenzi

7 maggio 2026

di Laura Benfenati

È un grande oculista, Paolo Nucci, ma anche un comunicatore straordinario che è un piacere ascoltare, come ci è accaduto alla rassegna “Tra le righe”, organizzata da Multimedica con il patrocinio di Unamsi e moderata dal collega Edoardo Rosati all’Ospedale San Giuseppe di Milano. Nucci, professore ordinario di oftalmologia all’Università degli Studi di Milano e senior consultant nella Clinica oculistica universitaria dell’Ospedale San Giuseppe, ha presentato il suo ultimo libro Allora mi curo da solo sull’importanza della relazione umana nella cura. Il libro precedente che aveva scritto si intitolava Perché (non) fare il medico, e i due temi – relazione e professione – sono strettamente collegati.

Allievo dei propri allievi

«Ho imparato presto che la medicina non è fatta solo di diagnosi giuste o sbagliate. È fatta di tempi, di parole, di omissioni, di silenzi», spiega Nucci. «Di ciò che il paziente dice, ma soprattutto di ciò che non riesce a dire. Di ciò che il medico vede, ma anche di ciò che sceglie di non vedere perché disturbante, complesso, faticoso. La medicina critica, quella vera, non è cinica. È una medicina che dubita, che si interroga, che sa di non essere onnipotente e, proprio per questo, evita di mentire».

Nucci ha confessato una certa amarezza professionale, non c’è molto ottimismo in questo momento, non si riesce a governare il mondo che si vede: «Sono stato in trincea per 44 anni, c’è un esaurimento delle forze, un senso di impotenza: avere allievi in fondo rimane l’unica ragione vera per cui ho fatto tutto quello che ho fatto, è bello scoprirsi oggi allievi dei propri allievi».

Medicina territoriale cercasi

La cura individuale autonoma oggi è diventata pervasiva e andrebbe invece perimetrato il ruolo dell’intelligenza artificiale: il filtro del medico non può mai mancare. L’assenza di una medicina territoriale amplifica il ricorso al “fai da te” o agli ospedali: «Pensateci, quante delle nostre mamme avrebbero portato il bambino in Pronto soccorso dopo due giorni di febbre? Oggi lo fa il 92 per cento delle mamme. Serve invece un territorio in grado di dare risposte, con più personale e più frequentato».

Quattro anni allo Stato

Nucci una soluzione la propone: restituire ai giovani medici l’importanza sociale del ruolo, incentivandoli, subito dopo la laurea, a dedicare quattro anni allo Stato, che ha loro permesso di studiare in ottime università: «Andrebbe chiesto ai giovani medici di “restituire”, naturalmente ben pagati e mallevati dai rischi che possono correre, con quattro anni di lavoro nelle case di comunità, e agli universitari di dedicare gli ultimi quattro anni di carriera a guidare le giovani leve». Le case di comunità così non sarebbero le scatole vuote che sono oggi e i giovani medici, che oggi scelgono prevalentemente dermatologia, oculistica, chirurgia plastica come specialità (non rianimazione, medicina d’urgenza e oncologia…) riscoprirebbero il vero valore della professione, che è relazione e cura. Nucci ammette che non si è resa facile la vita ai giovani, che la medicina ha preso una deriva manageriale devastante, che troppa sanità privata non è positiva. E che la medicina difensiva è causa di molti mali del sistema, che nel pubblico i medici devono essere pagati di più e il numero chiuso è un’assurdità. «Dobbiamo essere però consapevoli che non ci saranno in futuro risorse per tutti e per tutto: i bambini, gli indigenti e i pazienti oncologici dovranno essere protetti ma altre prestazioni usciranno dal Ssn». E a maggior ragione l’aspetto umano, la comunicazione saranno doti imprescindibili della professione medica: «L’errore più grande per un medico non è sbagliare terapia ma pensare di poter fare a meno della relazione».

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