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Un modello orientato al valore: in Italia è possibile?

LA PROFESSIONE

Un modello orientato al valore: in Italia è possibile?

L’esempio del network americano Cpesn, dove le farmacie di comunità offrono servizi avanzati per l’autogestione del diabete, mostra come il sistema sanitario possa evolvere in un sistema VBP (Value-Based Payment) superando una volta per tutte il fee-for-service e riconoscendo formalmente il ruolo clinico del farmacista all’interno del Ssn

19 giugno 2025

di Cristiano Colalto,
farmacista

Negli ultimi anni, il ruolo del farmacista di comunità si è progressivamente evoluto da semplice dispensatore di farmaci a protagonista attivo nella gestione delle patologie croniche. Un esempio emblematico di questa trasformazione arriva dagli Stati Uniti, dove il network Cpesn (Community Pharmacy Enhanced Services Network) ha dimostrato come le farmacie possano offrire servizi clinici avanzati, in particolare nell’ambito dell’educazione e del supporto all’autogestione del diabete (Dsmes, Diabetes Self-Management Education and Support).

Uno studio pubblicato nel 2025 da Daly e colleghi ha analizzato l’esperienza delle farmacie Cpesn nello Stato di New York, evidenziando come queste strutture siano già in grado di fornire servizi educativi fondamentali per i pazienti diabetici: monitoraggio della glicemia, promozione di stili di vita sani e supporto all’aderenza terapeutica. Tuttavia, lo studio ha anche messo in luce alcune criticità, tra cui la scarsa collaborazione con altri professionisti sanitari, la formazione non uniforme del personale e la mancanza di strategie di comunicazione efficaci.

VBP: un sistema orientato al valore

Alla base di questa trasformazione vi è il passaggio da un sistema sanitario basato sulla quantità di prestazioni erogate (fee-for-service) a uno orientato al valore (Value-Based Payment, VBP). Il VBP premia gli operatori sanitari non per il numero di servizi offerti, ma per i risultati ottenuti in termini di salute del paziente, qualità dell’assistenza e contenimento dei costi.

Nel contesto delle farmacie di comunità, l’adozione di un modello sanitario orientato al valore implica la promozione di interventi clinici puntuali, strutturati e codificati, capaci di produrre benefici misurabili in termini di salute pubblica. Tali interventi includono, per esempio, il monitoraggio dell’aderenza terapeutica, la prevenzione delle complicanze attraverso l’educazione sanitaria e il supporto all’autogestione delle patologie croniche. In questo scenario, il Dsmes rappresenta un modello virtuoso: i pazienti che partecipano a programmi educativi strutturati mostrano un miglior controllo glicemico, una maggiore consapevolezza nella gestione della malattia e una significativa riduzione delle ospedalizzazioni evitabili.

L’efficacia clinica del Dsmes è stata ampiamente documentata, ma ciò che rende particolarmente rilevante l’approccio descritto nello studio del 2025 di Daly e colleghi è la sua traducibilità in termini economici. L’implementazione di questi servizi nelle farmacie può essere valutata attraverso la lente dell’Health Technology Assessment (HTA), che consente di stimare il valore complessivo dell’intervento sanitario non solo in termini di efficacia clinica, ma anche di impatto economico e organizzativo per il Servizio sanitario nazionale. Questo soprattutto alla luce della carenza ormai sistemica della medicina di base nel territorio.

È possibile applicare il modello VBP anche in Italia?

La risposta è sì, a patto di affrontare alcune sfide non solo strutturali, soprattutto culturali. Innanzitutto, è necessario riconoscere formalmente il ruolo clinico del farmacista all’interno del Ssn, valorizzando le competenze acquisite attraverso percorsi formativi specifici e con il supporto di una società scientifica riconosciuta dal ministero della Salute. Quindi, occorre sviluppare linee guida scientifiche condivise che definiscano standard di qualità per i servizi erogati in farmacia (vedi iFarma n.70 3/2025), come già avviene per le strutture sanitarie accreditate. Queste linee guida dovrebbero includere:

  • criteri per l’identificazione dei pazienti eleggibili ai servizi Dsmes;
  • protocolli per la valutazione dell’aderenza terapeutica;
  • strumenti per la raccolta e l’analisi dei dati clinici (per esempio, tramite Fascicolo sanitario elettronico o piattaforme regionali di telemedicina).

Infine, è fondamentale introdurre meccanismi di remunerazione basati sugli esiti, per esempio attraverso accordi regionali o sperimentazioni locali che prevedano incentivi economici per le farmacie che dimostrano un impatto positivo sulla salute dei pazienti. A tal proposito, queste attività cliniche meriterebbero attenzione anche nel Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) attualmente in discussione, che potrebbe rappresentare un’opportunità per introdurre nuove forme di remunerazione direttamente rivolte ai professionisti farmacisti coinvolti nella gestione e nello sviluppo di progetti VBP messi a budget dal Ssn.

In conclusione

L’esperienza americana dimostra che le farmacie di comunità possono diventare un nodo cruciale nella rete di assistenza territoriale, soprattutto nella gestione delle malattie croniche come il diabete. Perché ciò avvenga anche in Italia, è necessario un cambio di paradigma: da una sanità centrata sulla prestazione a una sanità centrata sul sul valore, inteso come risultati ottenuti in termini di salute del paziente, qualità dell’assistenza e contenimento dei costi. Il farmacista, con la sua prossimità al cittadino e la sua competenza clinica, può essere il motore di questa trasformazione. Ma servono visione politica, una società scientifica per la farmacia territoriale, investimenti in formazione, e soprattutto il coraggio di innovare.

Bibliografia

Daly CJ, Panthapattu MV, Murray F, Lindenau R, Foster AA, Jacobs DM. Delivering Diabetes Education and Enhanced Services Within a Clinically Integrated Community Pharmacy Network. J Pharm Pract. 2025

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