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Farmacia italiana 2036: due storie possibili

LA PROFESSIONE

Farmacia italiana 2036: due storie possibili

Scenari Farmacia 2030
Immagine generata con AI

Attraverso due scenari speculari ambientati nel 2036, Sergio Cattani ci proietta dieci anni in avanti per mostrarci le derive possibili delle decisioni che stiamo prendendo oggi. Siamo pronti ad accettare un futuro in cui il consiglio professionale diventa un lusso per pochi o sapremo tracciare una strada diversa?

23 aprile 2026

di Sergio Cattani,
farmacista

La farmacia del silenzio

Milano, marzo 2036. Marco ha quarantadue anni e non lavora più in farmacia da cinque. Lo dice senza amarezza, ma con la stessa lucidità di chi ha visto arrivare il limite, lo ha oltrepassato, e poi si è fermato.

«Nel 2026, dopo anni di trattative bloccate, ho capito che la farmacia come la pensavo io non sarebbe mai tornata. Mi sono chiesto se fosse mai esistita… però i ricordi dei miei primi anni, a cavallo tra i ’90 e i 2000, sono innegabilmente migliori degli ultimi. Insomma dopo il 2026, come dicevo, ho aspettato ancora un po’, giusto il tempo di capire dove mi sarei mosso, e sono uscito».

Non è stata una fuga individuale, però. Tra il 2026 e il 2031, migliaia di farmacisti dipendenti hanno lasciato il settore. Alcuni sono andati a insegnare, qualcuno è entrato in ospedale, altri si sono spostati nell’industria. Qualcuno ha percorso una strada più lunga e faticosa: la laurea in medicina, con l’idea che il problema fosse il ruolo, non il sistema. Molti di loro oggi esercitano, ma raccontano una delusione diversa: non peggiore, certo più costosa. La sanità italiana nel 2036 non è quella che avevano immaginato quando avevano deciso di ricominciare: Pronto soccorso saturi, medicina di base in crisi strutturale, specializzazioni introvabili. Hanno cambiato professione senza cambiare scenario.

Il vuoto lasciato in farmacia è stato colmato per fasi, senza mai ammettere a voce alta cosa stava succedendo. Prima sono arrivati i totem automatizzati nelle farmacie urbane più grandi, con la promessa di ridurre le code e migliorare l’efficienza. Poi gli assistenti di farmacia, figure formate in pochi mesi, con competenze ridotte al servizio al cliente e alla gestione delle code. Nuovi venti di liberalizzazione hanno soffiato, senza riforme chiare, ma con una progressiva erosione del confine tra farmacia, parafarmacia e Grande distribuzione. Oggi in molte città entrare in una farmacia significa entrare in un punto di distribuzione altamente tecnologico: la ricetta elettronica viene scansionata dallo smartphone, il farmaco arriva da uno sportello automatizzato, il tempo tra l’ingresso e l’uscita è misurato in minuti. Se hai una domanda, c’è un chatbot basato su intelligenza artificiale addestrato a rispondere a tanti quesiti, clinici e non. Ironicamente però, spesso finisce le sue repliche con “chiedere prima al tuo medico o al farmacista”.

Una parola. Il farmacista con laurea magistrale esiste ancora, ma la sua presenza è ridotta a un ruolo di supervisione: due ore al giorno, il tempo di gestire le eccezioni, firmare i registri, rispondere ai casi che il sistema non riesce a chiudere. In qualche farmacia di fascia alta, nei quartieri dove la gente è disposta a pagare per avere qualcuno che parli davvero, resta a tempo pieno. Ma sono eccezioni.

«La cosa che mi manca davvero – dice Marco – non è la farmacia in sé. Sono le persone che entrano a chiedere un consiglio e poi escono con niente in mano. Avevano imparato i nomi dei farmaci, sapevano cosa prendevano, quando e perché, ma tornavano comunque, ogni volta, per avere qualcuno che li ascoltasse. Io non spiegavo. Ascoltavo. E in quel momento, per loro, la farmacia non era un negozio».

Oggi quelle stesse persone entrano, scansionano il QR code (la tessera sanitaria non se la ricordano mai, questo non è mai cambiato davvero), ritirano il farmaco dallo sportello, e sono fuori in meno di tre minuti. Gli unici suoni sono gli ingranaggi del robot che porta i farmaci allo sportello. I bip dei lettori di barcode. Il campanello che invita il prossimo cliente ad avvicinarsi. Nessuno parla più, e nemmeno si stupisce di questo.


La farmacia di Giulia

Bologna, marzo 2036. Giulia ha trentotto anni e gestisce una farmacia di comunità nel quartiere Santo Stefano da tre. Sul camice ha due badge: il logo della farmacia e la piccola scritta blu “Farmacista Prescrittore”. «All’inizio i pazienti erano diffidenti – racconta – Qualcuno arrivava chiedendo se dovesse aspettare un medico. Poi hanno capito che il medico non sarebbe arrivato, e che quello che cercavano era già lì».

Il 2026 è stato uno spartiacque. Le contrattazioni hanno prodotto aumenti reali: non sufficienti a colmare anni di blocchi, ma abbastanza da rallentare l’emorragia. In parallelo è arrivato il riconoscimento giuridico della presa in carico del paziente cronico: non solo dispensare, ma seguire nel tempo, con accesso al fascicolo sanitario e rimborso per le prestazioni cognitive. La grande fuga si è fermata. Alcuni farmacisti che avevano già un piede fuori sono tornati, attratti da un ruolo che cominciava ad assomigliare a quello per cui avevano studiato.

Nel 2031 è arrivata la prescrizione limitata, dopo anni di sperimentazione in tre Regioni pilota e una trattativa lunga con la medicina di base. Una lista definita di condizioni (infezioni urinarie non complicate, dermatiti lievi, alcuni antiallergici con cortisone, pillola anticoncezionale) aggiornata ogni due anni da una commissione mista. Non è il modello britannico dell’independent prescriber, assomiglia di più a quello che nel lontano 2020 nel Regno Unito era noto come “Pharmacy first”, ma è un inizio concreto.

Il sistema si è biforcato. Le farmacie che hanno aderito al modello clinico come quella di Giulia hanno accettato un paniere merceologico ridotto: integratori presenti in una lista di efficacia riconosciuta e dermocosmesi di alta qualità, nessun prodotto estraneo all’area salute. In cambio, convenzione rafforzata, accesso al fascicolo sanitario, rimborso per i servizi cognitivi, possibilità di fissare appuntamenti e seguire i pazienti cronici nel tempo. Altre farmacie hanno rifiutato, mantenendo libertà commerciale, ovvero 3×2, sconti, promozioni… ma hanno dovuto rinunciare alla convenzione.

«Qualcuno mi dice che ho più perso che guadagnato», dice Giulia. «Chissà. Ma la mattina so perché vengo qui».

Nel corridoio aspetta una donna con una cartellina: ha un appuntamento con il farmacista. Giulia può dispensare la terapia antipertensiva messa a punto dallo specialista e dal medico di base. Prima di farlo, però, controlla il diario pressorio ed esegue una nuova misurazione. I farmaci sono poi consegnati deblisterati, all’interno di un nastro in cui ogni busta riporta il giorno, l’ora, il nome della persona e dei farmaci contenuti. Tramite un sistema automatico, è possibile monitorare l’aderenza terapeutica, inviando messaggi direttamente all’assistente virtuale portatile (quello che una volta si chiamava smartphone adesso è un micro-device basato su sistemi AI).

Tutte queste operazioni hanno bisogno del loro tempo, durante il quale si riesce sempre a scambiare qualche battuta. Una routine confortante fatta di fiducia. E questo tanto basta.

Inviateci le vostre considerazioni su questi due scenari a direttore@ifarma.net

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