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Senza ricambio, la farmacia si ferma

LA VOCE DELLA BASE

Senza ricambio, la farmacia si ferma

La Farmacia Bosi di Nibbiano, Alta Val Tidone (PC)
La Farmacia Bosi di Nibbiano, Alta Val Tidone (PC)

Nelle aree interne, personale introvabile e modelli organizzativi poco sostenibili mettono a rischio la continuità dei presìdi rurali. Dalla Val Tidone la testimonianza di una titolare in difficoltà

23 aprile 2026

di Claudio Buono

Buongiorno, sono una farmacista rurale di un paesino sulle colline piacentine. Da un anno non trovo farmacisti disposti a sostituirmi, per cui sono costretta a lavorare e non vedo via d’uscita alla mia situazione. La vendita a privati è impossibile perché nessun farmacista si vuole prendere un impegno simile. I gruppi sarebbero interessati ma solo con un farmacista presente, che appunto non si trova. Così vado avanti da sola, ma ho 70 anni… nelle mie condizioni ci sono molti altri colleghi, che per vecchiaia o malattia potrebbero perdere tutto. Sembra che non interessi a nessuno…

Da Nibbiano, in Alta Val Tidone, ci arriva una email della dottoressa Pinuccia Bosi, emblema delle difficoltà che affrontano le piccole farmacie delle aree interne, presidi di salute essenziali, la cui missione sociale è oggi chiamata a confrontarsi con nuove sfide di sostenibilità. Abbiamo così voluto sentirla direttamente e quello che ne è risultato è un racconto fatto di un profondo legame con il territorio e della volontà di garantire un futuro a un servizio indispensabile, pur tra le complessità legate al ricambio generazionale e ai crescenti impegni gestionali. Una testimonianza preziosa per riflettere sul domani delle farmacie rurali e sul valore umano della professione.

Dottoressa, come nasce la sua scelta di lavorare in una realtà rurale?

È una decisione che risale a quasi 38 anni fa: dopo alcune esperienze tra farmacie comunali e private a Piacenza, sentivo il desiderio di lavorare in un contesto più diretto, dove il rapporto con le persone fosse centrale. Nel tempo questo legame si è consolidato sempre di più, fino a rendere la farmacia un punto di riferimento stabile per il territorio.

Che ruolo assume la farmacia in un contesto come il suo?

Qui la farmacia non è solo un luogo dove si dispensano farmaci, ma un presidio sanitario anche per un paio di paesi limitrofi. Del resto siamo l’ultima propaggine dell’Emilia-Romagna, in una zona di confine molto vicina alla Lombardia, quindi il bacino di utenza è piuttosto ampio.

Le attività principali sono quelle di prossimità, riguardo ai servizi purtroppo devo fare delle scelte: anche volendo non mi è consentito ampliare l’offerta a causa di due limiti concreti: gli spazi ridotti della farmacia e la carenza di personale. Prima potevo contare su una collaboratrice full time, per cui riuscivo a conciliare meglio anche la mia vita personale e a ritagliare del tempo per me stessa. Ma da aprile dello scorso anno sono sola e, dato che non riesco a trovare nessuno disposto a inserirsi stabilmente, devo gestire tutto in prima persona: apertura, turni, attività quotidiane e parte amministrativa. Oltretutto, il carico burocratico è cresciuto molto e richiede tempo e attenzione costanti.

La difficoltà nel reperire personale è quindi centrale?

Sì, è il nodo principale ed è una condizione comune ad altri colleghi. I giovani arrivano, fanno esperienza e poi se ne vanno. Di frequente scelgono realtà logisticamente più comode o dove il carico di lavoro non è così pressante da scoraggiare le nuove generazioni. E anche se le candidature non mancano del tutto, spesso sono incompatibili con le esigenze di una piccola farmacia. In generale vedo un cambiamento nell’approccio: si cercano formule più flessibili, che però mal si adattano a realtà come questa. Molti professionisti preferiscono infatti collaborazioni a partita Iva, che però hanno costi difficili da sostenere per un rurale.

Ha pensato alla possibilità di cedere il presidio?

Sì, ma i potenziali acquirenti, come i gruppi, tendono a valutare l’operazione solo se è già presente un farmacista che possa garantire la continuità di esercizio. Se questa figura manca, diventa difficile procedere. È una sorta di circolo chiuso: senza personale non si vende, e senza vendita il carico resta tutto in capo al titolare.

Quanto all’ipotesi di interrompere l’attività, la consapevolezza di rappresentare un punto di riferimento importante – se non addirittura indispensabile – per il territorio e il timore che, ritirandomi, tutto questo andrebbe perduto, rende difficile prendere in considerazione tale scelta. A ciò si aggiunge il rapporto molto stretto con la comunità, che in tanti anni mi ha visto fungere anche da punto di ascolto e confidente per le problematiche più disparate. Un altro motivo, questo, che pesa nella decisione di ritirarmi, e che mi spinge a proseguire, nonostante l’età – ho settant’anni – e qualche problema di salute.

Quale riflessione si sente di condividere sul futuro delle farmacie rurali?

Credo che la mia situazione sia rappresentativa di una difficoltà diffusa. Le farmacie rurali continuano a svolgere un ruolo fondamentale, soprattutto in territori dove i servizi sono limitati. La sfida è trovare condizioni che permettano di garantire continuità a queste realtà, mantenendo un equilibrio sostenibile nel tempo.

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