Deprescribing, il modello che ottimizza la terapia e fa risparmiare il Ssn
L'INIZIATIVA
Deprescribing, il modello che ottimizza la terapia e fa risparmiare il Ssn
Un risparmio di circa 60mila euro l’anno ogni cento pazienti presi in carico. Sono i primi risultati del servizio sviluppato all’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, dove farmacologi, medici e farmacisti lavorano insieme per ottimizzare il trattamento dei pazienti in politerapia. Dopo la fase sperimentale, il progetto punta al territorio. Ce ne parla Gianluca Trifirò (SIF)
9 luglio 2026
di Carlo Buonamico
Un paziente di 85 anni, sette o otto patologie croniche e dieci farmaci assunti ogni giorno. È questo il profilo tipico delle persone che arrivano al servizio di Medication review & Deprescribing dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona. Pazienti complessi, per i quali il problema spesso non è prescrivere un nuovo farmaco, ma capire se tutti quelli già assunti siano ancora appropriati.
Da circa due anni, infatti, a Verona è attivo un servizio dedicato alla revisione sistematica delle terapie farmacologiche, coordinato dalla Farmacologia clinica dell’Università di Verona. L’obiettivo è individuare trattamenti non più necessari, dosaggi da rimodulare, duplicazioni prescrittive e possibili interazioni, migliorando la sicurezza delle cure e l’appropriatezza prescrittiva.
I numeri raccontano l’impatto della sperimentazione: mediamente vengono rivalutati circa quattro trattamenti farmacologici per ciascun paziente e, quando clinicamente appropriato, sospesi o modificati. Secondo le stime presentate dalla Società italiana di Farmacologia, questo si traduce in un risparmio potenziale di circa 60mila euro all’anno ogni 100 pazienti valutati, grazie alla riduzione delle prescrizioni inappropriate e degli eventi avversi evitabili.
Il farmacista non è un osservatore, ma parte del team
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il ruolo dei farmacisti, che non si limita agli aspetti organizzativi della terapia. «Il servizio è coordinato dalla Farmacologia clinica e coinvolge direttamente la Scuola di specializzazione, nella quale gli specializzandi sono sia medici sia farmacisti», spiega Gianluca Trifirò, professore ordinario di Farmacologia – Università degli Studi di Verona e coordinatore del Gruppo di lavoro in Farmacovigilanza, farmacoepidemiologia, farmacoeconomia & Real World Evidence della Società italiana di farmacologia-SIF. «Sono proprio loro, sotto la supervisione dei farmacologi clinici, a partecipare alla rivalutazione dei casi».
Un lavoro multidisciplinare
Per ogni paziente, il team dedica fino a due o tre ore all’analisi multidimensionale dell’intera terapia. Vengono valutati appropriatezza delle indicazioni, dosaggi, durata del trattamento, interazioni, rischio di reazioni avverse, duplicazioni terapeutiche e possibili cascate prescrittive. Al termine viene predisposta una consulenza evidence based, supportata da un sistema “a semaforo” che consente ai clinici di individuare immediatamente gli aspetti prioritari sui quali intervenire.
«Non si tratta di considerare un farmaco appropriato o inappropriato in assoluto», osserva Trifirò. «Occorre valutarne l’utilità nella specifica persona e in uno specifico momento del percorso di cura».
Nel percorso sono coinvolti anche i farmacisti ospedalieri, chiamati a supportare il team sugli aspetti più strettamente farmaceutici, come la disponibilità dei medicinali, le possibili sostituzioni terapeutiche e le caratteristiche delle formulazioni.
La decisione finale resta comunque al medico che ha in carico il paziente, il quale riceve una consulenza basata sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.
Coinvolgere anche la farmacia territoriale
Per ora il servizio è dedicato ai pazienti ricoverati, ma il progetto guarda già oltre l’ospedale.
Secondo Trifirò, infatti, anche il farmacista di comunità potrebbe contribuire all’individuazione di situazioni prescrittive critiche. «Può intercettare duplicazioni terapeutiche o prescrizioni potenzialmente inappropriate e segnalarle al medico curante», spiega. «Penso, per esempio, a due diuretici prescritti contemporaneamente, a due gastroprotettori oppure all’utilizzo di un gastroprotettore in assenza di farmaci gastrolesivi». Un ruolo di sorveglianza e collaborazione, quindi, che non sostituisce quello del medico prescrittore ma può rappresentare un ulteriore presidio di appropriatezza.
Portare il modello fuori dall’ospedale
Il gruppo di Verona sta sviluppando anche un progetto finanziato dal ministero della Salute che integra lo strumento PINA (Prescribing Inappropriateness Assessment) con funzionalità di intelligenza artificiale, per rendere più rapida la revisione delle terapie senza sostituire il giudizio clinico. L’ambizione è estendere progressivamente il servizio alla medicina generale e alle Rsa, costruendo reti regionali nelle quali farmacologi, specialisti, medici di medicina generale e farmacisti lavorino in modo integrato.
«Il servizio avviato a Verona rappresenta un punto di riferimento nazionale e può diventare un modello da estendere ad altre strutture sanitarie e al territorio», conclude Trifirò. «La prospettiva è favorire modelli organizzativi regionali che integrino la revisione delle terapie nella pratica clinica, valorizzando la collaborazione tra farmacologi, specialisti, medici di medicina generale e farmacisti».
