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Non deve essere il mercato a progettare il nostro futuro

LA VOCE DELLA BASE

Non deve essere il mercato a progettare il nostro futuro

Immagine generata con AI

Le grandi operazioni finanziarie che stanno interessando il settore pongono una domanda che non possiamo più rinviare: chi deve progettare la farmacia del futuro, il mercato o le istituzioni?

23 luglio 2026

di Gianni Scancariello, farmacista

Ogni volta che una grande rete di farmacie viene acquisita o raggiunge valutazioni miliardarie, il dibattito si divide puntualmente tra chi vede in questi processi una minaccia e chi, al contrario, li interpreta come il segno della maturità economica del settore. È una discussione comprensibile, ma rischia di essere fuorviante. Il vero tema non è se i fondi di investimento debbano entrare nel capitale delle farmacie, né se le catene rappresentino un’opportunità o un pericolo. Il vero tema è molto più profondo: chi sta progettando il modello di farmacia del futuro?

Il mercato, per sua natura, non progetta sistemi sanitari. Fa ciò che ha sempre fatto: individua opportunità, investe capitale, migliora l’efficienza, aggrega imprese e genera valore economico. Non è un giudizio, è semplicemente la sua funzione. Se oggi la farmacia italiana è diventata uno dei settori più attrattivi per gli investimenti significa che possiede caratteristiche economiche solide e prospettive di crescita interessanti. Sarebbe inutile scandalizzarsi. Piuttosto, dovremmo domandarci perché questa evoluzione sia avvenuta senza che, parallelamente, si sviluppasse una riflessione altrettanto profonda sul ruolo che la farmacia dovrà svolgere all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Negli ultimi vent’anni il modello economico della farmacia è cambiato radicalmente. Sono cambiate le dimensioni delle imprese, l’organizzazione del lavoro, la logistica, la distribuzione, il marketing, gli strumenti gestionali e le strategie commerciali. Tutto questo era inevitabile. Ciò che invece non era inevitabile è che il modello istituzionale rimanesse sostanzialmente immobile. Abbiamo continuato ad aggiungere nuovi servizi, nuove attività e nuove responsabilità senza ridefinire la funzione complessiva della farmacia. Abbiamo costruito piani, sperimentazioni e progetti, ma raramente ci siamo fermati a rispondere alla domanda più importante: perché esiste oggi una farmacia nel Servizio sanitario?

È da questa risposta che dovrebbe nascere ogni scelta successiva. Perché una farmacia non è un esercizio commerciale qualsiasi. È un presidio sanitario disciplinato dalla legge, inserito nella programmazione pubblica e chiamato a garantire un interesse collettivo. Di conseguenza, il suo modello non può essere lasciato esclusivamente alle dinamiche del mercato. Un sistema sanitario moderno deve definire con chiarezza quale valore si aspetta dalla farmacia e costruire un quadro regolatorio, organizzativo ed economico coerente con quella funzione. In assenza di questa visione, saranno inevitabilmente le sole logiche economiche a orientarne lo sviluppo.

Non si tratta di demonizzare il mercato, che rimane uno straordinario motore di innovazione e di efficienza. Si tratta di ricordare che il mercato è uno strumento, non il fine di una politica sanitaria. Se manca una direzione pubblica, il mercato continuerà legittimamente a premiare ciò che sa misurare: crescita, produttività, redditività e capacità competitiva. Ma una farmacia non produce valore soltanto quando migliora i propri risultati economici. Produce valore quando migliora la salute delle persone, facilita l’accesso alle cure, riduce la pressione sugli altri livelli assistenziali e contribuisce alla sostenibilità del Servizio sanitario.

È proprio qui che, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi il dibattito dei prossimi anni. Non sulla proprietà delle farmacie, ma sul modello che vogliamo costruire. Un modello capace di generare valore contemporaneamente per il cittadino, che ha diritto a un presidio sanitario moderno, accessibile e vicino; per il professionista che vi opera, che deve poter lavorare in un contesto nel quale competenza e responsabilità siano realmente valorizzate; e per il Servizio sanitario nazionale, che ha bisogno di una rete territoriale in grado di intercettare precocemente i bisogni di salute, favorire la prevenzione e contribuire alla gestione della cronicità. Se uno solo di questi tre soggetti viene sacrificato, il sistema perde equilibrio.

Per questo ritengo che oggi la questione non sia arrestare l’evoluzione del mercato, ma recuperare la capacità di governarla. La farmacia italiana non ha bisogno di tornare al passato, né di opporsi al cambiamento. Ha bisogno di un progetto, di una visione capace di stabilire quale debba essere il suo posto nella sanità territoriale dei prossimi decenni e di costruire un modello nel quale crescita economica, interesse pubblico e valorizzazione del lavoro professionale procedano nella stessa direzione.

Se non saremo noi a definire quella direzione, lo farà il mercato e non perché il mercato abbia torto, ma perché, in assenza di una visione, qualcuno finirà inevitabilmente per decidere al posto nostro.

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