Fse: a che punto è la rivoluzione digitale?
L'ATTUALITÀ
Fse: a che punto è la rivoluzione digitale?
Prometteva di garantire l’accessibilità e l’integrazione dei servizi sanitari per tutti; invece, a oggi, il fascicolo sanitario elettronico rimarca solo le disparità tra le Regioni. Il rapporto della Fondazione Gimbe al Forum Mediterraneo in Sanità
24 luglio 2025
di Carlo Buonamico
Doveva essere la chiave per garantire accessibilità, continuità delle cure e integrazione dei servizi sanitari. Invece, il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) procede in ordine sparso, generando nuove disuguaglianze. A evidenziarlo è la nuova analisi della Fondazione Gimbe, presentata in occasione del IX Forum Mediterraneo in Sanità, con dati aggiornati al 31 marzo 2025, da cui emerge come all’interno di un Servizio sanitario nazionale che per definizione è universalistico esistono cittadini di serie A e di serie B anche quando si tratta di accesso alla propria documentazione sanitaria. Con evidenti risvolti di iniquità tra Regioni in cui le cose funzionano di più e quelle più arretrate in tema di Fse.
Documenti incompleti e disomogeneità regionali
Ma vediamo in dettaglio qual è la situazione. Secondo quanto previsto dal Decreto del ministero della Salute del 7 settembre 2023, il Fse dovrebbe contenere 16 tipologie di documenti. Il fatto è che solo quattro – lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e radiologia, verbale di pronto soccorso – sono effettivamente disponibili in tutte le Regioni.
Altri documenti essenziali come il profilo sanitario sintetico, le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, il referto specialistico ambulatoriale sono disponibili in oltre l’80 per cento delle Regioni. Il certificato vaccinale e il documento di erogazione delle prestazioni specialistiche si trovano in 15 Regioni, mentre il documento di erogazione dei farmaci e la scheda della singola vaccinazione in 14. Il referto di anatomia patologica e il taccuino personale dell’assistito sono accessibili in 13.
Inoltre, sono solo sei le Regioni che inseriscono nel Fse la lettera di invito per screening, vaccinazioni e percorsi di prevenzione. Ancora, la cartella clinica è disponibile esclusivamente nel Veneto. Complessivamente, rileva Gimbe, il Fse offre il 68 per cento dei documenti previsti dal decreto, ma nessuna Regione raggiunge il 100 per cento, con forti disparità interregionali: si passa dal 93 per cento di Piemonte e Veneto al 40 per cento di Abruzzo e Calabria.
Sono poi ancora tante anche le disparità in tema di servizi digitali accessibili tramite il Fse: ne dovrebbero essere integrati fino a 45 ritenuti fondamentali, ma solo Toscana (56 per cento) e Lazio (51 per cento) superano il 50 per cento di servizi attivati. In Calabria si scende al 7 per cento. È pur vero che in diverse aree questi servizi sono accessibili tramite canali diretti aperti dalla Regione, ma questo non fa che aumentare la complessità delle direttrici su cui viaggiano i dati sanitari, facendo in qualche modo venire meno il razionale che sottende il Fse, ovvero concentrare in un unico punto di accesso/repository tutte le informazioni sulla salute dei cittadini.
Consenso e utilizzo: un sistema ancora poco partecipato
Se da un lato l’implementazione del Fse procede in ordine sparso, dall’altro risulta frammentaria anche l’abitudine dei cittadini a utilizzarlo, acconsentendo al trattamento dei dati sanitari: al 31 marzo 2025 aveva detto sì solo il 42 per cento degli italiani. Anche in questo caso le differenze tra le Regioni sono enormi: dall’1 per cento di Abruzzo, Calabria e Campania al 92 per cento dell’Emilia-Romagna. Nel Mezzogiorno, solo la Puglia (73 per cento) supera la media nazionale.
Quanto all’utilizzo del Fse, tra gennaio e marzo 2025 solo il 21 per cento dei cittadini con almeno un documento caricato sul fascicolo lo aveva consultato almeno una volta. Di nuovo con profonde differenze espresse a livello regionale: dall’1 per cento delle Marche al 65 per cento in Emilia-Romagna; mentre al Sud, l’utilizzo resta sotto l’11 per cento. «Non basta caricare i dati, bisogna anche mettere le persone nella condizione di usarli. Serve un investimento serio in alfabetizzazione digitale», ha commentato il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta.
Mmg: utilizzo elevato, ma con differenze
Se da un lato ci sono gli assistiti, ancora poco familiariarizzati con il Fse, dall’altra parte troviamo Mmg e pediatri di libera scelta. Qui le cose vanno assai meglio viste nel loro complesso – il 95 per cento ha effettuato almeno un accesso al Fse tra gennaio e marzo 2025 – ma anche qui con rilevante divario territoriale. Nove Regioni raggiungono il 100 per cento di utilizzo, tra cui Emilia-Romagna, Piemonte, Puglia e Sardegna, a fronte di Valle d’Aosta (47 per cento) e Toscana (80 per cento).
Troviamo diversi nei anche guardando alla medicina specialistica. Tra i medici specialisti delle aziende sanitarie, il 72 per cento è abilitato alla consultazione, e 12 Regioni hanno già raggiunto il 100 per cento di abilitazioni. Ma restano in fondo alla classifica Campania (61 per cento), Lazio (60), Abruzzo (37), Sicilia (36), Calabria (26) e Liguria (16).
