L’Enpaf riparta dalle esigenze degli iscritti
L'INTERVISTA
L’Enpaf riparta dalle esigenze degli iscritti

Non basta un ente di previdenza solido economicamente se non c’è più un legame di fiducia con la categoria: serve un cambio di passo, ci dice il presidente di Utifar Eugenio Leopardi
3 luglio 2025
di Laura Benfenati
Enpaf non è assolutamente un malato cronico, ha risanato i conti, eroga sempre più prestazioni agli iscritti, ma questo non viene per nulla percepito dai farmacisti: permane un’ostilità di fondo nei confronti dell’Ente previdenziale di categoria, una totale mancanza di fiducia che accomuna titolari e collaboratori.
Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Utifar Eugenio Leopardi, che in un suo recente editoriale su Collegamento ha scritto “Oggi più che mai, occorre ripensare il senso dell’appartenenza a un Ente previdenziale. Non un soggetto distante, ma una comunità di valori e di tutele. Questo implica anche un cambio di linguaggio, di tono, di approccio: per far sentire ogni collega non un destinatario passivo, ma parte attiva di un progetto comune”.
«Cosa manca oggi all’Enpaf? «Sicuramente un dialogo maggiore con i farmacisti – ci dice Leopardi – una comunicazione migliore, perché molte iniziative non sono conosciute dai colleghi. E poi una maggiore vicinanza con la categoria, si devono conoscere le esigenze degli iscritti: è stato risanato, è un ente solido ma non c’è un collega che sia contento dell’Enpaf». Il presidente di Utifar sottolinea quanto sia importante avere una propria cassa di previdenza, una sorta di presidio di protezione in cui siano ben noti i problemi della categoria, ma se lo scontento è comune sicuramente c’è qualcosa che non va.
Ridistribuire di più gli utili
I collaboratori hanno già l’Inps e non vedono l’utilità dell’Enpaf, i titolari credono di versare molto a fronte di pensioni di entità irrisoria: come si può intervenire per coinvolgere di più “la base”?
«Entrambi i problemi vanno analizzati a fondo ed esistono soluzioni normative da discutere con il Governo e altre che possono essere decise all’interno dell’Enpaf, modificando i regolamenti. Certo la pensione corrisponde alla contribuzione che il titolare paga ma potrebbe essere integrata con tanti altri servizi. Se un Ente ha un bilancio così positivo – e ci complimentiamo con chi lo ha gestito finora – e non è una società per azioni o una banca, forse una parte di questi 250 milioni di utile annuale si potrebbero riversare in servizi che possono agevolare la vita dei colleghi, titolari o collaboratori che siano. Già alzare il tetto dell’Isee per le borse di studio potrebbe essere un primo passo».
Una comunicazione non intermediata
E poi Leopardi insiste sull’importanza di una comunicazione diretta, non intermediata dagli Ordini: «Oggi per un iscritto è davvero difficile comunicare con l’Enpaf e tutte le richieste inerenti la previdenza arrivano agli Ordini provinciali, che non sempre hanno possibilità di dare risposte ai quesiti, spiegazioni su argomenti che conoscono poco. Serve un rapporto diretto con gli iscritti».
“Tanto non cambia niente” è sull’Enpaf un sentire comune e quando di recente si è parlato di aumentare i contributi, sui social sono partiti attacchi durissimi: «Invece di aumentare i contributi – spiega Leopardi – sarebbe utile confrontarsi anche con altre casse di previdenza, che erogano pensioni di tutto rispetto ai loro associati: questo ci consentirebbe di trovare soluzioni che magari finora non sono state prese in considerazione. Serve un cambio di passo: continuare a gestire la previdenza come un esercizio ragionieristico, ignorando il contesto umano e professionale in cui operano gli iscritti, significa smarrire la vocazione stessa dell’Enpaf».