AI in farmacia, la Fip detta le regole: “Supporto, non sostituzione”
L'INNOVAZIONE
AI in farmacia, la Fip detta le regole: “Supporto, non sostituzione”

L’intelligenza artificiale entra a pieno titolo nella sanità, ma la Federazione internazionale dei farmacisti avverte: gli algoritmi non devono prendere il posto dei farmacisti. Servono regole globali, formazione e strumenti accessibili a tutti. Ne parliamo con Lars-Åke Söderlund, Chair del Fip Technology Advisory Group
25 settembre 2025
di Carlo Buonamico
L’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare anche il mondo delle farmacie, ma non senza rischi. La Fip, Federazione internazionale dei farmacisti, ha pubblicato un documento di policy che fissa paletti chiari: l’AI deve essere un alleato, mai un sostituto del giudizio professionale. “Il farmacista deve rimanere il decisore finale nella cura del paziente”, si legge nelle linee guida, che mettono nero su bianco una strategia globale per governare l’innovazione. La posta in gioco è alta: migliorare i servizi, ridurre errori e reazioni avverse, personalizzare i trattamenti. Ma le sfide non mancano. Secondo la Fip, senza regole comuni e formazione adeguata si rischia di creare nuove disuguaglianze, lasciando indietro i Paesi con meno risorse. Per questo chiede strumenti accessibili, a basso costo e adattabili anche ai contesti più fragili. Il documento insiste anche su etica e fiducia: l’AI in farmacia deve garantire trasparenza, privacy e responsabilità chiara in caso di errori. Ogni algoritmo deve spiegare le proprie decisioni e restare sotto la supervisione del farmacista.
Centrale il tema della formazione. Le università dovranno aggiornare i curricula inserendo competenze digitali e moduli sull’intelligenza artificiale, mentre per i professionisti già attivi diventa indispensabile la formazione continua. Solo così le nuove tecnologie potranno davvero essere utilizzate in modo efficace e sicuro. La Fip individua anche gli ambiti più promettenti: automazione delle attività ripetitive in farmacia, supporto nella verifica delle interazioni, strumenti per la medicina personalizzata. Sempre, però, con un’unica condizione: l’AI deve rafforzare, non indebolire, il rapporto umano tra farmacista e paziente.
Abbiamo approfondito l’argomento con un’ampia intervista a Lars-Åke Söderlund, Chair del Fip Technology Advisory Group e Immediate Past Vice President di Fip.
Le linee guida Fip sottolineano che l’intelligenza artificiale deve supportare ma non sostituire il giudizio professionale. Quali strumenti concreti immaginate per garantire che questo principio sia rispettato nelle farmacie di tutto il mondo?
I farmacisti devono restare sempre i decisori finali per quanto riguarda la cura dei pazienti. L’AI va vista come un assistente che fornisce suggerimenti utili, mai come un sostituto del giudizio professionale. Per garantire che ciò accada, gli strumenti possono essere progettati in modo da mostrare al farmacista sia la raccomandazione dell’AI sia le motivazioni alla base, richiedere l’approvazione del farmacista prima di ogni modifica alla terapia e mantenere registrazioni chiare di come e perché sono state prese le decisioni. I sistemi possono anche includere “modalità di pratica” in cui i farmacisti possono testare l’AI prima di usarla con i pazienti. La FIP sostiene questo approccio attraverso l’AI Toolkit, che fornisce indicazioni pratiche, e con la Dichiarazione di Policy, che afferma chiaramente che la supervisione professionale deve sempre venire prima. In sintesi, l’intelligenza artificiale deve aiutare i farmacisti a lavorare meglio e non sostituirli, e deve sempre essere regolamentata, con standard chiari e supervisione del farmacista.
La Fip chiede strategie nazionali e standard condivisi per l’AI in sanità. Ma in un contesto così frammentato, come si possono armonizzare le regole tra Paesi con sistemi sanitari e culture molto diverse?
L’armonizzazione richiede un approccio modulare: una base comune di standard etici e tecnici, combinata con flessibilità per i contesti nazionali. Gli standard condivisi possono includere requisiti minimi per sicurezza, trasparenza, monitoraggio delle performance e sorveglianza post-marketing. I Paesi possono adattarli ai propri quadri legali, strutture di responsabilità e norme culturali. Meccanismi come certificazioni riconosciute a livello internazionale, mutuo riconoscimento delle approvazioni regolatorie e sandbox regionali per test pilota possono facilitare la coerenza transfrontaliera (una “sandbox” in questo contesto è un ambiente protetto di sperimentazione, uno spazio in cui nuove tecnologie possono essere testate sotto stretta supervisione, con autorizzazioni speciali, prima di una diffusione ampia, NdR).
La Fip contribuisce pubblicando dichiarazioni di policy e organizzando dialoghi globali, tra cui la serie “The Promise of AI in Pharmacy Practice”. Questi eventi consentono ai Paesi e agli stakeholder di condividere esperienze regolatorie, evidenziare le migliori pratiche e sviluppare quadri interoperabili che riducano duplicazioni, pur rispettando l’autonomia nazionale.
Inserire l’AI nei curricula universitari è una priorità dichiarata. Come deve cambiare la formazione dei futuri farmacisti e quali competenze digitali sono davvero indispensabili?
L’educazione farmaceutica deve integrare tre aree complementari: alfabetizzazione digitale, informatica clinica e AI centrata sull’uomo. L’alfabetizzazione digitale comprende la conoscenza delle strutture dei dati, delle basi sulla privacy e degli strumenti digitali di uso quotidiano (come cartelle cliniche elettroniche e fogli di calcolo). L’informatica clinica riguarda i sistemi di codifica, l’interoperabilità e l’integrazione degli strumenti di supporto decisionale nei flussi di lavoro. L’AI centrata sull’uomo insegna come sono costruiti i modelli, quali bias possono avere e come interpretare e comunicare l’incertezza a pazienti e colleghi.
Fondamentale è l’esperienza pratica: casi clinici simulati in cui gli studenti decidono se seguire o meno le raccomandazioni dell’AI, progetti su dataset anonimizzati e microcertificazioni su cybersecurity e governance dei dati. Competenze indispensabili sono: saper valutare criticamente gli output degli algoritmi, gestire in sicurezza i dati dei pazienti e tradurre le informazioni dell’AI in consigli chiari per i pazienti.
L’adozione dell’intelligenza artificiale dipende dalle persone, non solo dalla tecnologia. Anche gli strumenti meglio progettati falliranno se i farmacisti non sapranno come usarli in sicurezza, interpretarne i risultati o spiegarli ai pazienti. L’educazione modella la pratica futura. Inserendo oggi la salute digitale nei curricula universitari, le università preparano la prossima generazione di farmacisti a lavorare con sicurezza con le nuove tecnologie, invece di rischiare di restare indietro.
Uno dei rischi è che l’AI aumenti le disuguaglianze, beneficiando solo chi ha risorse economiche e tecnologiche. Come può la Fip garantire un accesso equo a queste innovazioni, specialmente nei Paesi a basso e medio reddito?
L’equità deve essere incorporata nella progettazione e nell’implementazione degli strumenti, che dovrebbero essere a basso costo, leggeri, pensati per dispositivi mobili e capaci di funzionare off line. Interfacce multilingue, modelli open source e dataset localizzati aumentano accessibilità e rilevanza. Meccanismi di finanziamento come acquisti centralizzati, sussidi e partnership con donatori possono aiutare le farmacie nei Paesi a risorse limitate ad acquisire sistemi validati. I processi di certificazione dovrebbero includere metriche di equità per garantire che i modelli funzionino bene in tutti i gruppi demografici.
L’AI solleva inevitabilmente questioni di privacy, trasparenza e responsabilità. Quali misure suggerite per mantenere la fiducia pubblica e far sì che la tecnologia sia percepita come un alleato, non come una minaccia al rapporto umano in farmacia?
La fiducia si costruisce su trasparenza, scelta informata e responsabilità chiare. I pazienti devono sapere quando l’intelligenza artificiale contribuisce alla loro cura e devono avere l’opzione di consultare un farmacista “umano”. Servono forti garanzie sulla privacy (crittografia, uso limitato dei dati, consenso informato). Trasparenza significa documentazione accessibile sui dati di training, sulle performance, sui limiti e sul monitoraggio continuo. La responsabilità deve essere chiara per quanto riguarda manutenzione dei modelli, gestione degli errori e reportistica.
L’AI deve rafforzare la relazione farmacista-paziente, per esempio generando materiali educativi personalizzati o promemoria di aderenza, così da lasciare al farmacista più tempo per il counselling.
Quali aspetti delle vostre policy considerate prioritari per l’Italia e soprattutto rapidamente implementabili?
L’Italia può iniziare da misure pratiche e ad alto impatto. Primo: rendere obbligatoria la supervisione del farmacista e i registri di audit per gli strumenti AI. Secondo: emanare linee guida nazionali su standard tecnici ed etici, inclusi protezione dei dati, comunicazione multilingue e monitoraggio post market. Terzo: introdurre microcorsi di formazione continua per sviluppare le competenze digitali essenziali. Quarto: avviare progetti pilota nelle farmacie di comunità per casi d’uso chiari come controllo delle interazioni, supporto all’aderenza e comunicazione multilingue. Quinto: standardizzare i moduli software di supporto decisionale, così da certificarli centralmente e distribuirli senza soluzioni ad hoc.
Al recente congresso di Copenaghen, la tecnologia e l’intelligenza artificiale sono state indicate come fattori chiave di trasformazione. Come vede la loro integrazione in farmacia di comunità e quale ruolo possono avere per rafforzare l’umanizzazione dei servizi?
Attività di routine come gestione scorte, validazione prescrizioni e monitoraggio dell’aderenza possono essere automatizzate, liberando tempo prezioso per il farmacista. Gli strumenti di supporto decisionale possono rafforzare i servizi clinici, per esempio aiutando a rilevare interazioni o guidando strategie di medicina personalizzata. Chatbot e assistenti virtuali possono estendere l’accesso alle informazioni oltre l’orario di apertura. L’AI può aiutare ad adattare gli interventi alle esigenze linguistiche, culturali e cliniche dei pazienti. Lungi dal ridurre l’aspetto umano, queste innovazioni possono rafforzarlo. Togliendo incombenze burocratiche, il farmacista può concentrarsi sull’ascolto, sull’empatia e sulla personalizzazione della cura.
Riassumendo: se l’umanizzazione della cura è il tratto distintivo della farmacia di comunità, in uno scenario sempre più digitale come vede l’evoluzione delle competenze del farmacista di comunità?
Con l’integrazione delle tecnologie digitali, le competenze dei farmacisti devono evolvere. L’alfabetizzazione digitale diventerà la base. Crescerà l’importanza delle capacità di interpretazione dei dati, per tradurre gli output in cure sicure ed etiche. Saranno cruciali anche competenze su governance, privacy ed etica, perché la responsabilità resta al farmacista.
Sottolineo nuovamente che l’AI non sostituirà il farmacista: può analizzare dati e automatizzare processi, ma non replicare empatia, fiducia, comunicazione e giudizio etico. Queste competenze umane resteranno fondamentali e anzi aumenteranno di valore come fattore distintivo.