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Asset farmaco, la sfida dell’attrattività

LA FILIERA

Asset farmaco, la sfida dell’attrattività

Il pharma evolve da industria a snodo strategico della sanità: più innovazione, AI e sostenibilità. L’Europa è in ritardo, l’Italia è solida ma deve ancora risolvere diversi nodi per attrarre investimenti e ricerca. Numeri e considerazioni dal white paper Impatta-Deloitte

2 aprile 2026

di Carlo Buonamico

L’industria farmaceutica non è più soltanto un comparto produttivo ad alta intensità tecnologica. Sta diventando, sempre più chiaramente, uno snodo strategico degli ecosistemi della salute, capace di influenzare non solo gli esiti clinici, ma anche la sostenibilità economica dei sistemi sanitari e la competitività dei Paesi.

Lo indica, una volta di più, il white paper “Innovazione & Sostenibilità. Il valore strategico del settore farmaceutico” – realizzato da Impatta, think tank su innovazione e sviluppo sostenibile della Fondazione Earth Day Italia e Harmonic Innovation Group, con il supporto di Deloitte e con il sostegno di Lundbeck Italia, Angelini Pharma, PIAM Bruschettini Farmaceutici e Idorsia Italy Pharmaceuticals – che restituisce una fotografia puntuale di un settore in piena trasformazione, sospeso tra una straordinaria accelerazione scientifica e alcune fragilità strutturali, soprattutto in Europa.

I numeri, anzitutto, raccontano meglio di qualsiasi analisi la portata del fenomeno. Oggi sono oltre 24.000 le molecole in sviluppo nel mondo, mentre gli investimenti globali in ricerca e sviluppo sono destinati a superare i 2 trilioni di dollari entro il 2030. Solo in Europa, nel 2023, la spesa in R&S ha raggiunto i 55 miliardi di euro, in una traiettoria di crescita costante. A trainare questa dinamica sono sempre più le biotech company, che nel 2022 hanno sviluppato il 67 per cento dei nuovi farmaci e ne hanno portato sul mercato il 69 per cento.

La ricerca farmaceutica cambia pelle

È un cambiamento che non riguarda soltanto i volumi, ma la natura stessa dell’innovazione. Il settore si sta progressivamente spostando da un modello centrato sulla cura della malattia a uno orientato alla sua anticipazione. La medicina delle “4P” – predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa – non è più una prospettiva teorica, ma una direttrice operativa. L’integrazione tra genomica, biotecnologie, intelligenza artificiale e dati real world consente oggi di individuare precocemente i rischi, stratificare le popolazioni e costruire percorsi terapeutici su misura, con un impatto diretto sia sugli esiti clinici sia sulla sostenibilità dei sistemi sanitari.

In questo scenario, la ricerca farmaceutica sta cambiando pelle. Se fino a pochi anni fa lo sviluppo di un farmaco seguiva un percorso lineare, lungo mediamente 10-12 anni, oggi si configura sempre più come un ecosistema aperto e distribuito. Università, centri clinici, startup biotech e piattaforme digitali contribuiscono a un processo che è insieme collaborativo e predittivo. L’intelligenza artificiale, in particolare, sta comprimendo i tempi della fase preclinica – con riduzioni stimate tra il 25 e il 50 per cento – e aumentando le probabilità di successo nelle prime fasi di sviluppo, fino a valori compresi tra l’80 e il 90 per cento.

Anche le pipeline terapeutiche riflettono questo salto di paradigma. L’oncologia continua a rappresentare il baricentro della ricerca, con il 42 per cento dei farmaci in sviluppo, ma crescono rapidamente le aree ad alta complessità, come le neuroscienze: sono 127 i prodotti in sviluppo per l’Alzheimer e 96 per il Parkinson, mentre le terapie avanzate – geniche e cellulari – rappresentano ormai una quota significativa.

La posizione europea

Se la traiettoria globale appare chiara, più complessa è la posizione europea. Il continente sconta un ritardo crescente rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno consolidando la loro leadership sia sul piano degli investimenti sia su quello della capacità di attrarre ricerca e capitale umano.

I dati sulla filiera sono indicativi: circa tre quarti dei siti produttivi di principi attivi è localizzato al di fuori dell’Unione Europea, con una forte concentrazione in Asia, mentre i costi produttivi sono aumentati di circa il 30 per cento negli ultimi anni. Parallelamente, la Cina ha raggiunto una quota prossima al 30 per cento degli studi clinici globali, ridisegnando gli equilibri della ricerca internazionale.

In questo contesto, il rischio – sempre più esplicito nel dibattito tra operatori e istituzioni – è che l’Europa perda progressivamente centralità, trasformandosi da hub di innovazione a mercato di destinazione. Una prospettiva che chiama in causa la capacità di definire politiche industriali stabili, accelerare i processi regolatori e rafforzare l’attrattività per investimenti e sperimentazioni cliniche.

L’eccezione dell’Italia

Il nostro Paese, all’interno di questo scenario, mantiene una posizione di rilievo. La filiera farmaceutica nazionale è tra le più complete in Europa e si sostiene su numeri solidi: circa 2,3 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo, cui si aggiungono 1,7 miliardi di investimenti in tecnologie industriali, cresciuti del 21 per cento negli ultimi cinque anni. Sul piano produttivo, il settore raggiunge i 56 miliardi di euro, con un export che sfiora i 54 miliardi.

Si tratta di una base industriale robusta, che tuttavia deve confrontarsi con nodi irrisolti: tempi di accesso all’innovazione, complessità regolatorie e un’attrattività ancora limitata per le sperimentazioni cliniche, soprattutto nelle fasi più avanzate.

Accanto all’innovazione, il secondo asse lungo cui si muove il settore è la sostenibilità. Non più intesa come vincolo, ma come elemento strutturale delle strategie industriali. Il paradigma che emerge dal report è triplice: ambientale, con investimenti in processi produttivi più efficienti e catene di fornitura resilienti; economico, con la crescente diffusione di modelli basati sul valore e sugli outcome; sociale, con un’attenzione sempre maggiore all’accesso equo alle cure e allo sviluppo delle competenze. In questa prospettiva, il farmaco viene ridefinito come investimento sociale, capace di generare valore lungo tutto il ciclo di vita, dalla ricerca alla presa in carico del paziente.

Una partita tutta da giocare

Per farmacisti e manager del settore, il cambiamento è già operativo. La competitività non si giocherà più soltanto sulla capacità di sviluppare nuove molecole, ma sulla velocità di integrazione tra innovazione scientifica, modelli organizzativi e sostenibilità economica. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, partnership pubblico-private e sistemi di valutazione basati sugli outcome diventano leve imprescindibili.

Il punto di arrivo è una ridefinizione profonda del ruolo dell’industria farmaceutica. Non più semplice fornitore di prodotti, ma partner del sistema salute, chiamato a contribuire alla resilienza sanitaria, alla crescita economica e alla qualità della vita dei cittadini.

In un contesto globale che corre veloce, la vera sfida per Europa e Italia sarà trasformare questa centralità potenziale in leadership reale. 

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