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Ciao Bruno, Maestro e amico

IL RICORDO

Ciao Bruno, Maestro e amico

Bruno Riccardo Nicoloso e Marcello Tarabusi

Il ricordo di Marcello Tarabusi di Bruno Riccardo Nicoloso, Maestro del diritto farmaceutico e compagno di trent’anni di lavoro e amicizia sincera. Un uomo che ha lasciato il segno nella professione e, ancora più profondamente, nelle persone che gli sono state accanto

10 settembre 2026

di Marcello Tarabusi,
Studio Guandalini, Bologna

Fra l’essere citati come ‘una autorevole dottrina’ e l’essere citati come ‘la migliore dottrina’, corre una differenza abissale. Da una autorevole dottrina si può, sia pure con le opportune cautele, dissentire. Ma se la propria argomentazione si imbatte, ad un certo punto, nella contraria opinione della migliore dottrina, bisogna arrestarsi e fare marcia indietro”.

Queste parole di Francesco Galgano (Il rovescio del diritto, Giuffrè, 1991) si attagliano perfettamente al Bruno Riccardo Nicoloso giurista, che è stato, è e resterà sempre “la migliore dottrina” in materia di Farmacia. Un’autentica lucerna iuris, al punto che il suo Il sistema farmacia è assurto all’Olimpo dei pochi, pochissimi testi giuridici che meritano l’articolo determinativo: il Nicoloso” ha saputo trasformare un esercizio commerciale, la farmacia, in un sistema di valori e in quell’unicum di professione, struttura e servizio che anche la Corte costituzionale ha recepito. Senza di lui, saremmo forse ancora fermi al dibattito (che ogni tanto riemerge, come un miasma) sulla prevalenza dell’anima commerciale o di quella professionale della farmacia: anche nella stagione delle più spinte liberalizzazioni, “il Nicoloso” è sempre riuscito a ricondurre a unitarietà i principi del nostro sistema. E avrebbe potuto certamente dare il suo valente contributo alla redazione del futuro Testo Unico, del quale aveva addirittura predisposto un articolato.

L’autorevole studioso lo conosce (lo deve conoscere!) chiunque abbia anche solo vagamente avuto la velleità di occuparsi di farmacia negli ultimi cinquant’anni. Ma oltre a questo, è stato molto di più.

Appassionato principe del foro, si considerava – come il suo Maestro Calamandrei – prima avvocato, e poi giurista, perché «Marcello, ricorda: la dottrina nasce dalla carenza di clienti».

Cittadino illustre, fiorentino acquisito: ha dato e fatto tanto per quella Firenze che, dapprima meta di studi universitari, è divenuta la sua casa. Anche se, a onor del vero, il suo cuore è sempre rimasto a Majano, la sua fede calcistica è sempre stata l’Udinese, e non ha mai rinunciato a scrivere di tanto in tanto, nella corrispondenza agli amici triestini, quel provocatorio “Trieste (UD)”.

Friulano (e alpino) anche nella fierezza del carattere e nella indomita aspirazione a essere sempre libero da condizionamenti e pressioni, che non fossero quelli della sua coscienza e delle sue cartesiane coordinate etiche.

Dotto di raffinatissima cultura: dalla sconfinata conoscenza musicale, alle vaste e variegate letture, sino all’amore per l’arte (sceglieva sempre in prima persona le opere che illustravano i suoi articoli per le riviste di settore).

Marito amorevole dell’impareggiabile Tiziana, l’autentica regina della splendida casa sotto le mura di Firenze (una volta perdemmo l’ultimo treno che da Roma portava a Bologna, e prendemmo quello dopo che fermava a Firenze. Tiziana – avvisata all’ultimo del tardivo rientro – allestì senza colpo ferire una splendida cena e mi ospitarono per la notte, senza che mancasse nulla, come se lo avessimo programmato da settimane).

Padre premuroso (Andrea e Riccardo erano sempre nei suoi pensieri, anche se non sapeva allacciare i ciripà…) e, infine, con sua immensa gioia, nonno affettuoso. Solo due anni fa aveva scritto una raccolta di meravigliose “Favole non favole” (purtroppo rimaste inedite) per la piccola Niina.

Tra i suoi numerosi allievi (o sedicenti tali), ho avuto l’enorme piacere di collaborare spesso – e a volte di intrattenermi in lunghissime chiacchierate extragiuridiche assieme al Maestro – con Michele Jommi, Laura Giordani e Cristina Gandolfi, certamente i suoi favoriti. Impossibile qui ricordare tutti gli altri che gli hanno voluto veramente bene, ricambiati: Ismaele Passoni, la famiglia Pontello, Achille Contedini, Giuliano Guandalini, Giovanni Trombetta e tutti noi dello Studio, e poi tantissimi amici e colleghi: la schiera da enumerare sarebbe infinita.

Ma tutto questo, il Nicoloso “pubblico”, certamente molti altri hanno saputo e sapranno raccontarlo molto meglio di me. Ciò che mi resterà per sempre, invece, sono i ricordi legati ai fortunatamente non rari momenti in cui, dismessa la toga, ci fermavamo a chiacchierare per ore, talora a tavola, altre volte davanti a tè e biscotti, altre ancora nel mio studio, con un ghiacciolo in mano: gliene facevo sempre trovare qualcuno pronto quando, dopo un’udienza estiva al TAR di Bologna, passava a trovarmi madido di sudore (perché le sale d’attesa non erano condizionate); e lui li mangiava con golosa voluttà e un sorriso da autentico monello.

Perché goloso, bisogna dirlo, Bruno lo era, anche più di me: una volta mi portò da Firenze tre quarti di una meravigliosa torta tenerina di un celeberrimo mastro cioccolatiere fiorentino, perché voleva assolutamente che l’assaggiassi, dopo avermela tanto magnificata. Erano solo tre quarti, e non l’intero dolce, perché – mi confessò con un sorriso sotto i baffi – faceva un tale profumo che durante il viaggio in treno non aveva resistito a scartarla e mangiarne una parte. Era talmente buona che, a parti invertite, io ne avrei mangiati in treno – confesso! – almeno tre quarti…

Bruno era poi una fonte inesauribile dei più disparati e saporosi aneddoti su ogni genere di argomento: dal testamento ideale del babbo (“Cari figlioli vi ho dato tutto in vita, ora posso lasciarvi solo buoni consigli”), alla celebre udienza in Cassazione, con discussione fatta a soli gesti tra Calamandrei e il Presidente; dalla teoria che Mozart non fosse morto, ma fosse entrato in latitanza e fornisse sottobanco partiture a Rossini, al “ta-ta” nel secondo movimento della Quarta sinfonia di Beethoven.

Anche dopo essere passato all’uso del pc, continuava a vergare di suo pugno in tutte le lettere il “Caro Marcello”, e le formule di saluto, che si chiudevano immancabilmente con “dal Tuo” prima della firma.

In questi trent’anni da lui ho imparato moltissimo, e il suo insegnamento mi accompagna ancora oggi. Non solo nelle questioni giuridiche, ma anche nella vita e nelle relazioni professionali. Aveva, per esempio, una capacità unica di dire sempre quello che pensava, a volte in modo ironico, altre anche in modo tagliente, senza alcun timore. Lo faceva a voce, ma anche per iscritto, con uno stile così sottilmente elegante, che i destinatari delle invettive incassavano senza proferire verbo (vista l’impossibilità di essere all’altezza per replicare). Ancora oggi vivo di rendita, sfruttando – all’occorrenza – le caustiche formule polemiche che l’ho visto utilizzare senza remore. Non dimenticherò mai quando, in calce a una dura replica a un collega scorretto, concluse con “si abbia i saluti che si merita!”; ma poi aggiunse – a mano – “dal Suo Bruno Riccardo Nicoloso”. Perché Bruno non poteva rinunciare ad essere sé stesso. Il suo insegnamento e il suo ricordo saranno sempre con noi.

Cari farmacisti, a cui ha dedicato tutta la vita, questa sera, dopo aver chiuso la farmacia (e dato una carezza ai vostri bambini) correte a leggere lo statuto della vostra società speziale: se troverete che la durata è fissata al 2035, sappiate che non è una data scelta a caso. Fin dai primi atti societari redatti assieme, avevamo scelto quella data con l’idea di ritrovarci per il suo centesimo compleanno a stipulare gli atti di proroga. Lui, purtroppo, non sarà con noi: ma il 24 agosto 2035 ci ricorderemo tutti di lui.

Ciao, Bruno, dal tuo
Marcello

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