informazione, partecipazione, condivisione

Contratto, ma soprattutto modello: perché il Ccnl è un nodo di sistema

L’ATTUALITÀ

Contratto, ma soprattutto modello: perché il Ccnl è un nodo di sistema

(c) freepik.com

Il rinnovo del contratto per i farmacisti dipendenti riaccende una frattura che va oltre il tavolo negoziale. Al centro non c’è solo il costo del lavoro, ma la coerenza tra funzioni sanitarie richieste, organizzazione e sistemi di remunerazione. Senza un ripensamento strutturale, ogni accordo rischia di restare parziale

26 febbraio 2026

di Gianni Scancariello, farmacista

Il dibattito sul rinnovo del Ccnl dei farmacisti dipendenti sta riportando alla luce una tensione che il settore vive da anni. Spesso la discussione si polarizza tra “commercio” e “sanità”, come se la natura del contratto potesse da sola definire identità, ruolo e prospettive della farmacia. In realtà, questa contrapposizione rischia di essere fuorviante. Il vero tema è la coerenza tra il modello di farmacia che il sistema dice di volere e le condizioni concrete in cui le farmacie e i farmacisti operano.

Un equilibrio ancora irrisolto

Le difficoltà del rinnovo contrattuale non nascono solo da un conflitto tra parti sociali o da una questione di sostenibilità economica delle singole imprese, ma nascono da un’ambiguità di fondo: alla farmacia si chiede sempre più spesso di svolgere funzioni sanitarie, ma la sua struttura economica resta in larga misura legata a logiche di mercato. Questo squilibrio rende ogni trattativa contrattuale particolarmente complessa. Da un lato ci sono farmacisti dipendenti che rivendicano, legittimamente, un riconoscimento coerente con le responsabilità professionali, il livello di formazione e il costo della vita. Dall’altro ci sono farmacie che operano in un contesto di margini compressi, aumento dei costi di gestione, concorrenza su parafarmaco ed e-commerce, e incertezza regolatoria. Entrambe le posizioni hanno elementi di verità. Il problema è che il contratto collettivo diventa il luogo in cui si tenta di compensare squilibri che in realtà nascono a monte, nel modello di remunerazione e nel ruolo assegnato al farmacista.

Tra atto professionale e fatturato

Se i farmacisti sono chiamati a contribuire alla gestione della cronicità, all’aderenza terapeutica, alla prevenzione, al monitoraggio dei pazienti e ai servizi sul territorio, allora queste attività devono essere integrate in un quadro sostenibile e riconosciuto e non possono restare attività marginali o simboliche. Quando invece il baricentro economico resta decentrato sulla vendita, si crea una tensione strutturale tra tempo dedicato all’atto professionale e necessità di sostenere il fatturato. In questo contesto, ogni aumento del costo del lavoro viene percepito come un rischio, non come un investimento.

Organizzazione del lavoro e qualità del servizio

Se il quadro economico non evolve in modo coerente con le funzioni sanitarie richieste ai farmacisti, alcune realtà potrebbero essere spinte a riorganizzare il lavoro valorizzando maggiormente figure di supporto e riducendo la presenza diretta del farmacista in alcune attività. Questo tema merita attenzione, perché la qualità del servizio e la presa in carico del paziente dipendono in larga parte dalle competenze professionali disponibili. Proprio per questo diventa ancora più importante costruire modelli che rendano sostenibile la presenza qualificata del farmacista, allineando responsabilità, organizzazione e remunerazione.

Una zona ibrida che mostra i limiti

Da anni mi occupo di analisi dei modelli di sostenibilità delle farmacie, con un focus sui sistemi europei più avanzati. L’esperienza comparata mostra un dato ricorrente: i sistemi in cui la farmacia è più stabile e valorizzata sono quelli in cui esiste coerenza tra responsabilità, organizzazione e remunerazione. Dove il farmacista è riconosciuto come attore sanitario di prossimità con compiti definiti e remunerati il tema contrattuale diventa più gestibile, perché poggia su basi economiche chiare.

In Italia, e in molti Paesi europei, la farmacia vive ancora in una zona ibrida. È presidio sanitario nelle dichiarazioni di principio, ma impresa commerciale nella struttura dei ricavi. Questo modello ibrido ha garantito tenuta per anni, ma oggi mostra i suoi limiti. La pressione sul personale, la difficoltà di attrarre giovani, la crescente complessità clinica dei pazienti e le aspettative del Ssn stanno cambiando lo scenario. Il rinnovo del Ccnl diventa così uno specchio di una questione più ampia: che tipo di farmacia vogliamo nei prossimi dieci o vent’anni?

Se l’obiettivo è una farmacia realmente integrata nella sanità territoriale, serve un percorso coerente: partire da una definizione chiara di ruolo e funzioni professionali, introdurre sistemi di qualità misurabili, garantire formazione clinica strutturata, valutare sistematicamente gli esiti di cura e, soprattutto, adottare modelli di remunerazione che riconoscano e valorizzino le prestazioni professionali, al pari degli altri professionisti sanitari.

Il contratto come strumento di politica sanitaria

La sostenibilità non è quindi solo economica, ma soprattutto professionale e sistemica. La sostenibilità della farmacia passa da un modello in cui il farmacista è al centro dell’ecosistema e opera con tempi, strumenti e remunerazione allineati al suo livello di formazione e responsabilità. È quella in cui il cittadino trova un riferimento sanitario accessibile e affidabile, che consente al Servizio sanitario nazionale di valorizzare al meglio la propria rete territoriale e che contribuisce a generare risparmi economici e un uso più efficiente delle risorse.

Per questo il dibattito sul contratto non dovrebbe essere isolato dal resto. Senza una riflessione sul modello, il rischio è di trattare solo i sintomi. Si può discutere di livelli retributivi e inquadramenti, ma se la funzione della farmacia nel sistema salute resta ambigua, ogni rinnovo sarà faticoso e parziale. Proprio perché oggi il farmacista non gode ancora di una piena legittimità come ruolo sanitario, il vero cambio di paradigma deve partire dal suo riconoscimento istituzionale e dalla chiara definizione del suo contributo clinico nel sistema di cura. Solo su questa base il contratto può diventare uno strumento coerente di politica sanitaria, allineato al valore generato per i pazienti e per il sistema, e non una risposta parziale a un problema strutturale.

0 Condivisioni

Altre news

26 Febbraio 2026 ,