Crisi di Hormuz, pressione sulla filiera globale del farmaco
LA FILIERA
Crisi di Hormuz, pressione sulla filiera globale del farmaco
La guerra in Iran e i rallentamenti nei flussi petrolchimici verso Oriente riaccendono i timori sulla disponibilità dei farmaci equivalenti. A pesare sono la dipendenza da Cina e India, i margini ridotti dei produttori e una supply chain in equilibrio instabile
21 maggio 2026
di Carlo Buonamico
Le tensioni geopolitiche tornano a farsi sentire e questa volta il loro impatto rischia di arrivare fino al banco della farmacia. La chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici globali, non sta infatti colpendo soltanto petrolio e gas, ma sta innescando una reazione a catena che potrebbe creare problemi alla disponibilità di farmaci generici in tutto il mondo. A lanciare l’allarme è Coface, società impegnata nell’assicurazione di crediti commerciali, nel report “Petrochemical disruptions threaten generic drug supply”, rilasciato a fine aprile 2026.
La portata del fenomeno si può intuire a partire da un dato spesso poco percepito dai cittadini, cioè che molti farmaci nascono, in ultima analisi, dal petrolio. Il caso del paracetamolo, uno dei farmaci più diffusi al mondo, è emblematico: la sua filiera produttiva dipende da una catena articolata di input petrolchimici. Quando questi iniziano a scarseggiare o aumentano rapidamente di prezzo, l’effetto si trasmette lungo tutta la filiera.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi. Le interruzioni nei flussi dal Medio Oriente verso l’Asia stanno costringendo alcune aziende chimiche a ridurre la produzione, mentre altri dichiarano “force majeure”. Un segnale che il problema non è teorico, ma già in atto.
Una filiera interdipendente con l’Asia
A rendere la situazione ancora più delicata è la geografia della produzione farmaceutica globale, molto delocalizzata in Asia, in particolare in Cina e India. Oggi questi due Paesi rappresentano il cuore pulsante della produzione di principi attivi e farmaci generici: dalla Cina proviene circa il 40 per cento degli Api (Active pharmaceutical ingredients) globali, mentre l’India copre una quota significativa dei medicinali generici a basso costo.
Questa concentrazione ha garantito negli anni farmaci più accessibili, ma ha anche creato una dipendenza strutturale. Se la disponibilità di materie prime si riduce o i costi salgono, l’intero sistema entra in tensione.
Il settore dei generici, per sua natura, è particolarmente esposto. Il modello economico dei farmaci equivalenti si basa infatti su margini molto contenuti e su una forte competizione di prezzo. Quando un brevetto scade, il mercato si apre a più produttori e i prezzi scendono rapidamente. Nel tempo, però, questa dinamica porta a una compressione estrema dei margini, fino a rendere sostenibile la produzione solo a determinate condizioni: costi stabili, volumi elevati, filiere efficienti. Basta poco per rompere questo equilibrio.
Il report ricorda episodi recenti, come la carenza globale di amoxicillina tra il 2022 e il 2023, o le difficoltà ricorrenti nella disponibilità di alcuni farmaci oncologici iniettabili. In entrambi i casi, alla base c’erano anni di prezzi troppo bassi che avevano progressivamente ridotto il numero di produttori attivi.
Quali rischi per l’accesso alle cure
A differenza delle crisi precedenti, però, oggi non si parla solo di rincari, ma di una possibile riduzione delle forniture in un sistema già fortemente concentrato. Coface sottolinea come eventuali carenze di intermedi e principi attivi potrebbero tradursi rapidamente in una minore disponibilità di farmaci finiti, soprattutto per quelli meno diffusi o meno redditizi.
Nel breve periodo, alcuni fattori potrebbero attenuare l’impatto. I produttori tendono a privilegiare le sostanze a più alto valore aggiunto, mentre Governi come quelli cinese e indiano hanno interesse a proteggere la produzione di farmaci essenziali. Inoltre, dopo l’esperienza della pandemia, diversi Paesi occidentali hanno rafforzato le scorte strategiche. Ma si tratta di equilibri fragili, destinati a indebolirsi se la crisi dovesse protrarsi.
Sul fronte economico, l’aumento dei costi rappresenta un’altra incognita. Molti produttori di generici operano già su margini minimi e potrebbero non essere in grado di assorbire ulteriori rincari. In teoria, i prezzi potrebbero salire, ma nella pratica i sistemi di regolazione – soprattutto in Europa – limitano fortemente questa possibilità. Il risultato potrebbe essere una selezione naturale del mercato, con l’uscita degli operatori più fragili e una maggiore concentrazione.
Le conseguenze rischiano di essere ancora più marcate nei Paesi a basso reddito, dove i farmaci generici rappresentano spesso l’unica opzione accessibile. In queste aree, eventuali tensioni nella supply chain potrebbero tradursi rapidamente in una riduzione dell’accesso alle cure, invertendo progressi costruiti in anni di politiche sanitarie e cooperazione internazionale.
Per il farmacista, tutto questo si traduce in uno scenario da osservare con attenzione. Le eventuali criticità potrebbero manifestarsi in modo graduale, con difficoltà di approvvigionamento su specifiche molecole o categorie terapeutiche. La gestione delle alternative e la comunicazione con il paziente torneranno a essere elementi centrali della pratica quotidiana.



