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Farmacia: solamente l’ultimo miglio?

UNA DOMANDA A…

Farmacia: solamente l’ultimo miglio?

Dal canale al percorso: Erika Mallarini (SDA Bocconi) spiega come la farmacia territoriale debba evolvere, superando la pura distribuzione per gestire la complessità delle terapie e il monitoraggio del paziente, e trasformare la prossimità nel punto di tenuta dell'intero percorso di cura

16 aprile 2026

risponde Erika Mallarini,
SDA Bocconi School of Management

All’evento “La rivoluzione gentile della prossimità”, svoltosi il 26 marzo 2026 al ministero della Salute, lei ha detto: «La prossimità delle farmacie non può essere solo logistica, dobbiamo smetterla di parlare di canali e delineare percorsi». In che modo la farmacia territoriale può diventare protagonista di questi percorsi in stretta connessione con gli altri operatori sanitari del territorio?

Se la prossimità resta solo una questione di metri, abbiamo già perso. La farmacia territoriale può diventare davvero protagonista solo quando smette di essere un “punto di passaggio” e inizia a essere un nodo attivo dentro un percorso di cura. E questo significa una cosa molto concreta: non basta dispensare bene, bisogna connettere meglio.

Oggi continuiamo a ragionare per canali – diretta, convenzionata, Dpc – come se il paziente fosse un pacco da smistare. Ma il paziente non vive nei canali: vive in un percorso che attraversa medico di base, specialisti, ospedale e territorio. E quel percorso, oggi, è spesso frammentato.

La farmacia può cambiare questo schema in due modi.

Primo: diventando un punto di continuità clinica, non solo distributiva. Pensiamo al paziente fragile dimesso dall’ospedale: oggi esce con una prescrizione e inizia un piccolo pellegrinaggio tra ricette poco chiare, farmaci da cercare e passaggi ridondanti. Domani, con una vera integrazione, quella stessa persona viene presa in carico, indirizzata automaticamente anche verso la farmacia territoriale e accompagnata lungo il percorso. La differenza non è dove ritira il farmaco: è se qualcuno governa il suo percorso oppure no.

Secondo: portando la cura dove ha senso, non dove è sempre stata. Prendiamo due esempi molto concreti.
Una terapia come il denosumab: non è l’iniezione il problema, è tutto quello che c’è intorno – monitoraggio di calcio e vitamina D, alimentazione, aderenza nel tempo. Tutto questo può vivere perfettamente in farmacia, se è connessa con il medico.
Oppure un antibiotico intramuscolo per pochi giorni: oggi spesso significa ospedale o accessi complessi. In realtà è una terapia semplice, ma serve un’organizzazione che garantisca somministrazione, monitoraggio e contatto rapido con il medico. Non è complessità clinica, è complessità organizzativa.

E qui sta il punto: la farmacia non deve chiedere “più spazio nel canale”, deve prendersi responsabilità nel percorso. La provocazione è questa. La vera rivoluzione non è spostare farmaci dalla diretta alla convenzionata, è smettere di discutere dove passa il farmaco e iniziare a progettare cosa succede al paziente prima, durante e dopo. Se facciamo questo salto, la farmacia non è più l’ultimo miglio. Diventa il luogo dove il percorso tiene.

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