Il punto di vista dei sindacati
L’ATTUALITÀ
Il punto di vista dei sindacati
Abbiamo seguito tutta l’assemblea nazionale del settore farmacie private: al netto di toni un po’ aggressivi di alcuni delegati, non c’è né volontà né convenienza nell’interrompere la trattativa
19 febbraio 2026
di Laura Benfenati
Secondo quanto hanno dichiarato gli organizzatori, hanno partecipato circa 1.200 collaboratori alle due ore di assemblea del settore farmacie private indetta dai sindacati martedì sera. L’abbiamo seguita tutta: un po’ lunga, un po’ ripetitiva, con alcuni interventi pacati e dettagliati, altri più aggressivi, un paio di bugie, un uso esagerato della parola “narrazione”.
Ci siamo addirittura ritrovati citati in compagnia dei rappresentanti di Federfarma (Alfredo Procaccini, Michele Pellegrini Calace e Renato Usai) come quelli che raccontano “balle” ai collaboratori. I delegati sindacali presenti però non si sono espressi tutti con questi toni “barricaderi”, alcuni hanno spiegato bene le ragioni che li hanno spinti a rifiutare l’offerta di Federfarma e hanno tenuto la porta ben aperta alla discussione. Partiamo da qui.
L’incremento salariale
Federico Antonelli della Filcams nazionale ha esordito parlando dello sciopero di novembre come “storico” ed è stato il primo a citare la narrazione di Federfarma, che secondo i sindacati non corrisponde alla verità. «Ci sono cose interessanti nella proposta anche se i punti capitali della discussione rivelano un inganno negoziale. Sicuramente è positivo ammodernare il contratto con la maternità obbligatoria pagata al 100 per cento, incrementare il periodo di comporto per chi ha malattie gravi, aumentare le casistiche per l’anticipo del Tfr, positiva è la definizione del lavoro notturno, la riduzione per il passaggio a Q3 a un anno. Ci sono però elementi di ambiguità e di negatività: che la formazione Ecm debba essere concordata con il titolare significa riduzione alla scelta dell’autoformazione».
Molte perplessità poi sono state espresse sulla contrattazione di secondo livello regionale: «Se si pensa di incentrare il rinnovo del contratto nazionale sulla successiva contrattazione regionale c’è un elemento di incertezza rispetto a ciò che determinerà la contrattazione integrativa e c’è la mancanza di rispetto dell’obiettivo primario, la questione negoziale, ovvero l’incremento salariale. Inoltre, quei 20 euro concessi in attesa della contrattazione regionale sono meno di quello che in alcune Regioni viene già dato per lavaggio camici. La sommatoria di tutti gli elementi proposti non compensa la mancanza di incremento salariale».
E quindi Antonelli ha sottolineato il punto più importante ripreso poi in tutti gli interventi successivi dagli altri delegati: «La concessione di quei 70 euro di indennità che si vanno a sommare ai 130 di incremento salariale obbligherà tutti i collaboratori a svolgere tutti i servizi: se uno non se la sente, non può essere obbligato a fare i vaccini e non può esserlo certo per 70 euro».
I servizi non devono essere obbligatori
Nei successivi interventi si è parlato della necessità di lottare ma anche di trattare (Davide Alberghina, Fisascat Cisl), di elemosina, di schiaffo, di non vendersi per 70 euro, di provocazione (Nello Campochiaro, Uil Tucs, che ha dato dei “ballisti” ai vertici di Federfarma e alla cronista).
Aurora Blanca di Fisascat Cisl ha sottolineato che quanto richiesto ai collaboratori significa rinuncia: «Il sindacato dei titolari sta costruendo una narrazione per scaricare la sostenibilità sulle 76.000 persone che operano in farmacia. Dividere i lavoratori è sbagliato, in farmacia il lavoro è collettivo e funziona solo nel lavoro di squadra. Se i servizi crescono e il contratto rimane uguale, i rischi e i carichi vengono scaricati sui lavoratori, più responsabilità deve significare più salario non solo più stress. Nessun servizio sanitario deve essere obbligatorio, devono essere disciplinati tempi, carichi di lavoro, formazione e procedure e quindi i rischi. Dei 76.000 che lavorano in farmacia 55.000 sono laureati e viene loro proposto 130 euro di incremento salariale più 70 di indennità, mentre ai 21.000 non laureati solo 130, meritano tutti rispetto, dignità e giustizia».
Benedetta Mariani di Filcams ha spiegato poi che la contrattazione regionale in Toscana c’è già, con un’indennità camici di 350 euro annui e crede che in Lombardia e Veneto sia anche più alta, i 20 euro proposti in attesa sono quindi troppo bassi.
Trattativa rotta, non interrotta
Giuseppe Franzone, Uiltucs Toscana, ha ripreso i toni aggressivi sostenendo che i titolari di farmacia sono i più ricchi d’Italia, e non si può più sentire. Come hanno scritto tante volte Marcello Tarabusi e Giovanni Trombetta su iFarma, sono eroi fiscali, il resto è quello che i sindacalisti potrebbero definire narrazione.
Marianna Flauto, segretaria nazionale Uiltucs, ha poi raccontato che questa trattativa meritava di essere interrotta ma non si è rotta: «La proposta salariale è molto distante da quello che chiediamo, le indennità non sono salario che vale ai fini pensionistici, per tredicesima, quattordicesima ecc. La discriminazione tra farmacisti e non farmacisti con due tabelle retributive non è accettabile. E poi questa trattativa è incentrata sulle rurali, che rappresentano neanche il 20 per cento delle farmacie, che non hanno concorrenza, hanno contributi dallo Stato e vi lavorano solo i titolari con mogli e figli».
Alcune incongruenze
Abbiamo notato alcune contraddizioni nelle richieste sindacali: si cita il lavoro di squadra per equiparare aumenti di farmacisti e non farmacisti, ma non lo si considera minimamente quando ci si scandalizza se si devono concordare con il titolare le ore di formazione.
Non torniamo poi su questioni già affrontate, come per esempio quella a nostro parere più che legittima, ma dai sindacalisti definita “discriminazione”, ovvero l’aumento differenziato tra farmacisti e non laureati.
Abbiamo ascoltato tutto con attenzione, ribadiamo che 220 euro non ci sembrano pochi: il nostro articolo di iFarma Digital è stato citato da Paola Spagliardi di Filcams e ovviamente non è piaciuto. Non si possono poi sentire considerazioni profondamente sbagliate sui titolari e soprattutto sui rurali, basterebbe leggere la newsletter Cronache rurali per capire meglio la loro realtà.
Sicuramente c’è da discutere sulle implicazioni di quei 70 euro di indennità e sulla contrattazione regionale, ma a un tavolo, non scioperando e dilatando ancora i tempi inutilmente.
Su una cosa – da farmacista laureata 30 anni fa – si può essere d’accordo: i servizi i collaboratori li svolgano per ora su base volontaria, non obbligatoria, ammesso che quei 70 euro di indennità significhino obbligatorietà. Nel tempo, con laureati che stanno seguendo un corso di laurea molto diverso da quello che abbiamo seguito noi, ci saranno altri rinnovi contrattuali e magari si parlerà di obbligatorietà, ma non ora.
Soprattutto però si ricominci a dialogare: ci è piaciuto sentire ribadire che la trattativa non è rotta, che si deve trovare un punto d’incontro, qualcuno lo abbiamo anche intravisto ascoltando gli interventi più pacati e costruttivi. Avanti tutta ma si chiuda in fretta.





