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«In farmacia si fa il manicure»

L’ATTUALITÀ

«In farmacia si fa il manicure»

È la critica di Milena Gabanelli alla presentazione del libro sulla sanità scritto con Simona Ravizza, una considerazione non aderente alla realtà delle farmacie nel 2024, ormai sempre più presidi sanitari, sempre più integrate con il Ssn. Perché il privato convenzionato non è il male assoluto come si vuole far credere

21 novembre 2024

di Laura Benfenati

Sala affollatissima, tanti, tantissimi giovani, molti medici: la presentazione del libro Codice rosso di Milena Gabanelli e Simona Ravizza nell’ambito di BookCity, a Milano, è stata un gran successo. Il libro è interessante, senza dubbio, ma con le farmacie le due autrici non sono state per niente tenere, come vedremo.

«Questo libro farà un po’ male, lo sappiamo», ha esordito Gabanelli. «Del resto ognuno di noi sa che c’è un problema nel Servizio sanitario, il nostro obiettivo è dare strumenti di consapevolezza, che è il primo passo per indicare le soluzioni».

Sciatteria o un disegno preciso?

Le due autrici hanno raccontato che 100 medici al mese scappano dai Pronto soccorso italiani: «Il Pronto soccorso è la cartina al tornasole di tutto ciò che non funziona nel Ssn, in un anno ci sono più di quattro milioni di accessi impropri, persone giunte prevalentemente in modo autonomo con dimissione al domicilio», ha spiegato Ravizza. «Il medico di Pronto Soccorso guadagna 80.000 euro annui, il 70 per cento in meno del suo collega in Germania e il 40 per cento in meno di quello inglese. Sono necessari stipendi più alti perché, inoltre, questi professionisti non possono fare libera professione come fanno tutti gli altri medici».

«Si tratta di sciatteria o di un disegno preciso volto a smantellare il Servizio sanitario pubblico?», ha chiesto Gabanelli. «C’è una questione di risorse, di competenze, di educazione dei pazienti alla prevenzione, non c’è sostenibilità del sistema per tutti, almeno fino a quanto tutti non pagheranno le tasse. E poi la sanità è terreno fertile di consensi e nelle direzioni apicali non sempre vengono scelte le persone più competenti e capaci».

La prima interfaccia con il Ssn

Tutto giusto e condivisibile fino a qui, la politica spesso ha come unico obiettivo il perpetuare se stessa e il titolo V non ha certo migliorato le cose. Meno corretto quello che Gabanelli ha detto in seguito: «La prima interfaccia al Ssn è il vostro medico di medicina generale, che vi dovrebbe indirizzare sempre: traballa questa struttura e crolla il sistema. I medici di medicina generale non vogliono andare nelle case di comunità, vogliono rimanere nei loro studi e fare anche attività privata quando dovrebbero diventare invece dipendenti del Ssn». L’interfaccia del Ssn più prossima ai cittadini, come noi ben sappiamo, non è certo il medico di medicina generale ma è il farmacista e le case di comunità non hanno nulla a che fare con la capillarità del servizio di cui tanto si parla, sono state e sono ancora una scatola vuota.

Senza dubbio comunque a tutti i vertici della sanità è mancata finora capacità di analisi e di programmazione, su questo non si può non essere d’accordo.

Gabanelli ha sottolineato poi che la politica cambia quando sente la pressione dei cittadini e che va mitigata l’idea che in Spagna e Francia i medici lavorino meglio, sicuramente guadagnano di più. «Le nostre ottime scuole di specialità preparano professionisti che poi scelgono di andare all’estero mentre qui rimangono gettonisti, spesso neolaureati e non competenti negli ambiti in cui lavorano. Le cooperative e le assicurazioni fanno i loro interessi e non quelli dei cittadini. Quando si va in pensione o comunque a 75 anni le assicurazioni buttano le persone fuori dal sistema, proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno».

Il privato convenzionato

«Le liste d’attesa non si smaltiranno mai, andrebbero tolte le convenzioni a chi non aiuta a smaltirle, non serve dare loro solo multe», ha aggiunto Ravizza. «Nel privato accreditato non si fa quello che serve per il Ssn, per esempio smaltire le liste di attesa, ma si punta a fare quello su cui si guadagna. Se si ha un mal di schiena, per esempio, nel privato accreditato fanno un’artrodesi, cioè mettono viti e placche alla schiena rispetto a quanto accade in un ospedale pubblico, perché per quel tipo di intervento hanno una tariffa di rimborso di 19.750 euro. L’appendicite invece non conviene ai privati, quella si fa nel pubblico con lunghe liste d’attesa. Abbiamo visto che adesso le cose stanno addirittura peggiorando, si spinge sempre di più il paziente a pagare di tasca propria, anche le terapie oncologiche».

E le farmacie?

Non sono state mai citate, fino a tre minuti dalla fine. L’ultima domanda di Beppe Severgnini, che moderava l’evento, ha scatenato un intervento durissimo di Milena Gabanelli sulle farmacie. Ingiusto, esagerato, offensivo: «Basta andare in farmacia e automaticamente ti vengono tanti desideri, tipo fare l’esame del capello, poi fare il microbiota e già che ci sei comprare una lampada, perché lì vendono anche le lampade. Poi ti fai un manicure e già che ci sei, e tra un po’ sarà rimborsato dal Ssn, l’esame del colesterolo. Sappiate che gli esami che escono dalla farmacia sono di autocontrollo, si possono fare anche a casa, poi magari fatevene uno con il prelievo».

Abbiamo chiesto a Gabanelli, mentre firmava le copie del libro, perché è stata così dura con una categoria che tanto ha dato durante il Covid e che garantisce quotidiana assistenza sanitaria a oltre quattro milioni di persone. Ecco cosa ci ha risposto: «Come i medici, anche non tutti i farmacisti sono come abbiamo scritto nel libro, ci sono dei farmacisti bravissimi ma accipicchia vendono qualsiasi cosa, in farmacia si trova di tutto». Le abbiamo risposto chiedendole di indagare di più sulla distribuzione diretta, sugli sprechi di denaro pubblico in quegli ambiti, non sono certo le farmacie il problema di un Sistema sanitario in crisi, anzi.

Quello che stupisce è che la stessa frase sulle farmacie che vendono qualsiasi cosa ce l’aveva detta il ministro Bindi a Chianciano nel 2000. La categoria ne ha fatta tantissima di strada da allora e tutte le indagini sui cittadini lo riconoscono. Le farmacie sono un valore e anche la dimostrazione concreta che la sanità privata convenzionata non è il male assoluto, soprattutto quando il pubblico spreca e non funziona.

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