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L’evoluzione del farmacista: dalla dispensazione alla cura

LA PROFESSIONE

L’evoluzione del farmacista: dalla dispensazione alla cura

(c) The Yuri Arcurs Collection/freepik.com

Il passaggio da un ruolo esecutivo a una responsabilità clinica diretta è una trasformazione necessaria per garantire la sicurezza del paziente. Superando la mera logistica tramite la digitalizzazione, il professionista diviene garante dell'appropriatezza e della sostenibilità del percorso terapeutico nel Ssn

12 marzo 2026

di Gianni Scancariello, farmacista

La definizione tradizionale del farmacista nel nostro ordinamento è chiara: “Il farmacista è il professionista responsabile dell’uso sicuro e appropriato dei medicinali, della loro dispensazione, della consulenza al paziente e del contributo alla tutela della salute pubblica nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale”.

Questa definizione è corretta, coerente con l’evoluzione storica della professione e con l’assetto normativo vigente. Tuttavia, oggi non è più sufficiente a descrivere la complessità del contesto sanitario in cui il farmacista opera. Il sistema sanitario è cambiato profondamente. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche, la crescente complessità dei trattamenti hanno trasformato il medicinale da atto episodico a processo clinico continuo. Non siamo più di fronte a singole prescrizioni isolate, ma a percorsi terapeutici che si sviluppano nel tempo, interagiscono tra loro e producono effetti cumulativi.

Il rischio, oggi, non risiede più principalmente nell’errore tecnico di dispensazione. Il vero punto critico è l’errore nella gestione complessiva della terapia: interazioni non intercettate, duplicazioni, inappropriatezze, scarsa aderenza, mancato monitoraggio degli esiti clinici.

L’impatto dei processi digitali

A questa evoluzione clinica si affianca una trasformazione tecnologica strutturale. Ricetta elettronica, rinnovi automatizzati, sistemi digitali di prescrizione, robotizzazione dei magazzini, workflow standardizzati: la componente esecutiva e logistica della dispensazione si contrae progressivamente. Il controllo formale della prescrizione è sempre più incorporato negli algoritmi e nei software gestionali.

Se il farmacista resta definito prevalentemente come garante tecnico della corretta consegna del medicinale, la tecnologia tende inevitabilmente a ridurne lo spazio funzionale, e in quel perimetro la professione rischia di essere percepita come sovrapponibile a un processo automatizzato. Ma la digitalizzazione elimina passaggi meccanici, non elimina la complessità clinica, anzi, la rende più evidente: quando la prescrizione è automatica, aumenta il rischio di inerzia terapeutica; quando il rinnovo è digitale, si riduce il momento di confronto critico; quando il processo è rapido, il sistema tende a premiare la fluidità più che l’appropriatezza.

Una gestione dinamica dei percorsi di cura

La vera questione, oggi, è la terapia come processo dinamico e complesso: appropriatezza delle scelte, interazioni tra farmaci, duplicazioni terapeutiche, aderenza, effetti avversi, monitoraggio nel tempo, necessità di eventuali aggiustamenti. È qui che si giocano la sicurezza del paziente e la sostenibilità del sistema sanitario.

Se il farmacista viene riconosciuto come responsabile della gestione e dell’ottimizzazione della terapia, il suo ruolo si estende lungo tutto il percorso terapeutico. Non si tratta di invadere competenze mediche, ma di assumere pienamente la responsabilità che deriva dalla propria competenza sul farmaco. La gestione della terapia implica, infatti, di valutare appropriatezza, sicurezza ed efficacia dei trattamenti; identificare e prevenire problemi correlati ai farmaci; promuovere l’aderenza terapeutica; collaborare in modo strutturato con gli altri professionisti sanitari per migliorare gli esiti clinici.

Questo passaggio non è solo semantico, ma culturale, organizzativo e sistemico. Significa spostare l’asse: dal prodotto al processo, dalla dispensazione alla responsabilità clinica, dalla consulenza episodica alla presa in carico continuativa.

In un sistema sanitario sotto pressione economica e demografica, la sostenibilità non si ottiene comprimendo margini o aumentando volumi di vendita. Si ottiene riducendo eventi avversi, ospedalizzazioni evitabili, errori terapeutici e scarsa aderenza. E il farmacista è l’unico professionista sanitario che ha una visione trasversale dell’intero profilo farmacologico del paziente. Non valorizzare questa posizione significa sottoutilizzare una risorsa strategica per il Servizio sanitario nazionale.

Competenze e modelli formativi

Una ridefinizione del ruolo comporta inevitabilmente anche una trasformazione del piano formativo. Una responsabilità clinica richiede competenze cliniche: non è sufficiente conoscere la farmacologia, ma è necessario sviluppare ragionamento clinico, capacità di valutazione critica della terapia, competenze nella gestione della politerapia, nella deprescrizione, nell’interpretazione di parametri clinici e nella comunicazione interprofessionale.

La formazione universitaria deve integrare in modo più strutturato la farmacoterapia applicata e il decision making clinico, così come la formazione post-laurea deve diventare strumento sistemico di aggiornamento continuo e specializzazione funzionale.

Ridefinizione del ruolo e riforma della formazione sono due facce della stessa trasformazione. Non si può chiedere maggiore responsabilità senza fornire strumenti adeguati e non si può rivendicare un ruolo clinico senza accettare l’impegno formativo che ne deriva.

Questa evoluzione produce inevitabilmente anche una conseguenza organizzativa e contrattuale. Se il farmacista resta collocato prevalentemente nella dimensione commerciale, l’inquadramento nel comparto economico-imprenditoriale è coerente con quella funzione, ma se assume formalmente la gestione della terapia, con responsabilità clinica sugli esiti e sulla sicurezza del paziente, la sua collocazione nel sistema riflette automaticamente la natura sanitaria del livello di rischio professionale e complessità decisionale.

Nei sistemi sanitari maturi vale una regola chiara: maggiore responsabilità clinica implica maggiore autonomia, maggiore legittimazione istituzionale e maggiore riconoscimento economico. Il riconoscimento salariale non è l’obiettivo della trasformazione, ma la conseguenza strutturale di una ridefinizione coerente del ruolo.

La sequenza, quindi, è chiara: prima si ridefinisce la funzione, poi si adegua la formazione e infine il sistema adegua l’inquadramento e il riconoscimento.

Una strategia per la sostenibilità

La transizione demografica, l’espansione della cronicità e la progressiva digitalizzazione dei processi sanitari non rappresentano tuttavia shock improvvisi, ma dinamiche strutturali annunciate già da tempo. In questo contesto, la ridefinizione del ruolo del farmacista non avrebbe dovuto essere una risposta reattiva, bensì il risultato di una visione strategica lungimirante. Alle istituzioni non spetta soltanto la tutela dell’assetto vigente, ma la responsabilità di accompagnare e orientare l’evoluzione della professione, anticipando i cambiamenti anziché subirli, come è successo – per esempio – per la professione infermieristica.

Se oggi emerge con chiarezza la necessità di spostare l’asse dalla dispensazione alla gestione della terapia, è perché il sistema ha accelerato una trasformazione che avrebbe potuto essere governata con maggiore gradualità e coerenza, integrando per tempo formazione universitaria, percorsi post-laurea, modello organizzativo e collocazione contrattuale.

Per questo il futuro del farmacista nel Ssn dipenderà dalla capacità di rendere coerenti definizione normativa, competenza clinica, responsabilità professionale e riconoscimento istituzionale all’interno di un impianto strutturalmente sostenibile. Non si tratta di un’opzione evolutiva, ma di una necessità sistemica.

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