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Overdose in calo negli Usa, la prevenzione resta la chiave

LA RICERCA

Overdose in calo negli Usa, la prevenzione resta la chiave

Un’analisi pubblicata sul Journal of the American Medical Association segnala una riduzione dei decessi per overdose negli Stati Uniti, dopo anni di crescita. Un dato che riporta al centro il ruolo delle politiche di salute pubblica e che, secondo l’Istituto Europeo delle Dipendenze, conferma l’importanza di investire su formazione e accesso alle cure anche in Italia

26 febbraio 2026

a cura della Redazione

Dopo oltre venticinque anni di emergenza legata agli oppioidi, negli Stati Uniti si registra un’inversione di tendenza. Tra il 2022 e il 2024 il tasso di mortalità per overdose è diminuito in modo significativo: solo tra il 2023 e il 2024 il calo è stato del 26 per cento, con i decessi passati da circa 105mila a 79mila. Le stime preliminari indicano un’ulteriore riduzione nel 2025, con circa 69mila morti nei 12 mesi precedenti agosto.

La contrazione riguarda in particolare gli oppioidi, responsabili di circa tre casi su quattro. In netto calo le morti legate al fentanyl illegale, l’oppioide sintetico che negli ultimi anni aveva fatto impennare i numeri: i decessi associati a questa sostanza sono diminuiti del 36 per cento in un solo anno. Restano comunque livelli di mortalità molto superiori a quelli registrati in Europa e in Italia.

Le cause della flessione non sono del tutto chiarite. Potrebbero aver inciso accordi internazionali sul controllo dei precursori chimici, come l’intesa tra Stati Uniti e Cina, oppure dinamiche interne al mercato illecito. Accanto a questi fattori, un ruolo centrale è attribuito al rafforzamento delle misure di salute pubblica: maggiore diffusione del naloxone e ampliamento dell’accesso ai trattamenti per la dipendenza, come buprenorfina e metadone.

È su questo punto che l’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEUD) legge il dato americano come un segnale da interpretare in chiave prospettica anche per il nostro Paese. In Italia i decessi per overdose sono circa un trentesimo rispetto a quelli statunitensi e le politiche di prevenzione e accesso alle cure sono attive da molti anni.

«Dobbiamo evitare di imitare gli errori commessi negli Stati Uniti e continuare a rafforzare una strada che si è dimostrata efficace – afferma il professor Emanuele Bignamini, consulente scientifico di IEUD – basata sulla facilità di accesso alle cure, la prevenzione primaria e terziaria e l’educazione sanitaria». Per l’Istituto, il nodo ora è consolidare le competenze degli operatori. «La formazione dei professionisti è un pilastro fondamentale, soprattutto in un contesto di risorse limitate», rimarca Bignamini. «Una competenza che può essere acquisita grazie a corsi su tematiche meno conosciute, come l’area delle nuove sostanze psicoattive, che rappresenta un’opportunità concreta di aggiornamento per gli operatori, che devono essere informati e consapevoli di ciò che sta evolvendo nel mondo per contenere l’aumento dei problemi clinici e dei costi sanitari correlati alle droghe».

Proprio in questa prospettiva l’IEUD lancerà a breve un nuovo corso dedicato alle nuove sostanze psicoattive (Nps), rivolto a psicologi, psicoterapeuti, medici, operatori sociosanitari e altri professionisti della salute. L’obiettivo è rafforzare le competenze cliniche e la capacità di riconoscere precocemente nuovi scenari di rischio, mantenendo alta l’attenzione su un fenomeno che, pur con dinamiche diverse rispetto agli Stati Uniti, richiede vigilanza costante e aggiornamento continuo.

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