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Riflessioni a più voci sull’AI (e oltre)

LA FILIERA

Riflessioni a più voci sull’AI (e oltre)

L’evento annuale organizzato dal consorzio Dafne ha avuto al centro il ruolo dell’intelligenza artificiale nella filiera Healthcare. Il tema è stato affrontato attraverso suggestioni, visioni, contaminazioni con l’aiuto di un ricco panel di relatori, che hanno suggerito stimoli, regalato sorprese e lasciato spunti di riflessione

6 novembre 2025

di Claudio Buono

Una giornata intensa e stimolante quella dall’edizione 2025 di Dafne, che con il tema “Intelligenze condivise: sfide e opportunità per l’ecosistema Healthcare” ha offerto l’occasione per esplorare, assieme a relatori di alto livello, il ruolo dell’AI e delle tecnologie emergenti nella sanità e nell’innovazione come strumenti di progresso collettivo che potenziano l’umano se guidati da consapevolezza, metodo e visione.

Smontare l’AI per capirla davvero

Giulio Deangeli, ricercatore in neuroscienze computazionali, nel suo talk “10 + 1 falsi miti sull’AI che costano tempo e denaro”, con ironia e chiarezza scardina alcune delle convinzioni più radicate sull’intelligenza artificiale, aiutando a capirne la vera essenza.

Il primo mito da sfatare è che l’intelligenza artificiale sia un concetto definito: è piuttosto un’etichetta vaga che racchiude strumenti diversi, spesso molto distanti tra loro. Più che “intelligente”, l’AI è “task-based”, utile solo in base al compito per cui è stata addestrata. Altro errore comune è considerare i modelli generativi come forme di intelligenza generale. In realtà, strumenti come ChatGPT non comprendono né ragionano, ma completano testi sulla base di sequenze probabilistiche, ragion per cui usarli per analisi complesse genera errori e inefficienze. Non è neppure vero che ChatGPT risolva tutto da solo: le applicazioni aziendali passano per le API dei modelli, oggi sempre più accessibili anche ai non programmatori grazie a interfacce semplificate. Servono però metodo e un minimo di competenze tecniche per trasformare un prompt in un sistema utile.

E ancora: un tempo il machine learning era una “scatola nera” ma oggi, con l’Explainable AI, è possibile capire come e perché un modello prenda decisioni: un passo avanti decisivo in medicina, dove fiducia e sicurezza sono essenziali. Deangeli ricorda poi che l’intelligenza artificiale può operare anche in locale, non solo nel cloud, con vantaggi in termini di privacy e velocità. Essendo ormai multimodale, elabora testi, immagini, dati complessi, strutture 3D e segnali robotici. Inoltre, non tutte le mansioni sono a rischio, ma quelle ripetitive sì e automatizzarle libera risorse per attività più creative. Empatia, giudizio e pensiero critico restano però qualità umane.

Infine, l’AI non resterà confinata al software: l’integrazione con hardware autonomi – robot, droni, dispositivi intelligenti – sta già rivoluzionando logistica e chirurgia.

Il messaggio conclusivo di Deangeli è chiaro: l’intelligenza artificiale non è la risposta a tutto. Senza domande ben poste, anche la tecnologia più avanzata è inutile. Per integrarla in modo sostenibile nell’healthcare servono lucidità, realismo e collaborazione. Le aziende devono evitare il fascino sterile della novità e puntare su task concreti e ad alto impatto: innovare significa usare la tecnologia con intelligenza, visione e buon senso.

Pensare nell’era dell’intelligenza artificiale

Grande interesse anche per “Oltre l’algoritmo: intelligenze umane e condivise per la cura” dei filosofi e co-fondatori di Tlon Andrea Colamedici e Maura Gancitano, che invitano a considerare l’intelligenza artificiale non come un fenomeno tecnico ma come una sfida filosofica. Seguendo un percorso che intreccia Platone con l’attualità, i due relatori ricordano che la filosofia nasce dallo zauma, la meraviglia mista a terrore davanti all’ignoto: pensare significa reggere l’incertezza, non fuggirla. Lo stesso vale per l’AI, che affascina e spaventa, ma può diventare conoscenza se guardata con curiosità e non paura. Come metafora del pensiero stesso, i filosofi, citando Flaubert che insegna a Maupassant a vedere il mondo come se fosse la prima volta, svelano che la curiosità è amore per ciò che si osserva, e proprio da questo sguardo attento nasce il pensiero, che non è mai un gesto solitario ma un dialogo con gli altri e con il mondo.

Tornando a Platone e al mito di Thoth, inventore della scrittura, Colamedici e Gancitano ricordano poi che ogni tecnologia è un pharmakon, cura e veleno insieme: similmente, l’AI può ampliare la conoscenza o illuderci di sapere. Serve quindi equilibrio, evitando sia di denigrarla sia di idolatrarla.

E ancora: in un tempo di stanchezza diffusa e attenzione frammentata come il nostro, l’intelligenza artificiale diventa specchio delle nostre fragilità: promette tempo libero ma spesso genera nuovo lavoro e senso di inutilità. La vera sfida è restituire senso e progettualità alle azioni evitando che siano le macchine a farlo per noi. Altro mito da sfatare: l’AI non è neutra bensì riflette valori, scelte e visioni di chi la crea. Il pericolo non è il suo uso, ma la nostra rinuncia a pensare, che porta all’atrofia cognitiva. La posta in gioco è formativa: o sarà strumento di co-creazione, o creerà disuguaglianza tra chi pensa con la macchina e chi lascia che pensi al posto suo.

I relatori parlano infine di una “quarta ferita narcisistica”: l’AI ci costringe a riconoscere che non siamo più gli unici a produrre pensiero e linguaggio. Come nella Biblioteca di Babele di Borges, abbiamo accesso a tutto ma rischiamo di perderci nel troppo, se non impariamo a formulare le domande giuste. E proprio il domandare è, per i due filosofi, l’atto più autentico del pensiero: in un mondo di risposte automatiche, farsi domande è un gesto di libertà e resistenza. L’intelligenza artificiale può essere allora un alleato straordinario solo se impariamo a interrogarla e a interrogarci, perché la vera intelligenza nasce da una mente che non smette di meravigliarsi.

Arte e sport come modelli di trasformazione

Molto apprezzati anche gli ultimi due interventi, a partire da quello dello storico e critico dell’arte Sergio Gaddì, che narrando di “Innovazione e reti creative: quando l’arte cambia le regole”, compie un rapido exursus, partendo da Giotto e arrivando ai contemporanei, per individuare alcuni degli innumerevoli e clamorosi punti di rottura oggi riconducibili all’intelligenza artificiale in quanto punto di svolta nonché fautrice di nuovi linguaggi che ridefiniscono creatività e conoscenza.

Da parte sua, Pasquale Gravina, leadership & training advisor ed ex campione di pallavolo, esplorando “La forza delle differenze nelle squadre vincenti”, mostra come lo sport insegni gusto della fatica, spirito collettivo e capacità di trasformare la diversità in forza comune anche nelle organizzazioni. Ma vincere non basta: serve metodo, cultura e una leadership capace di armonizzare individualità diverse verso un obiettivo condiviso. Come nello sport, anche nel lavoro la vera energia nasce dall’interdipendenza, dove la forza del singolo è nel gruppo e quella del gruppo è nei suoi singoli appartenenti.

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