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Stipendi e sostenibilità: il gap retributivo come punto di equilibrio

LA VOCE DELLA BASE

Stipendi e sostenibilità: il gap retributivo come punto di equilibrio

Immagine generata con AI

Il confronto sul rinnovo del contratto rischia di restare bloccato tra posizioni contrapposte. Il differenziale retributivo con la Gdo può diventare un riferimento oggettivo per costruire un’intesa credibile, capace di tenere insieme equità professionale e sostenibilità economica

7 maggio 2026

di Gianni Scancariello, farmacista

Nel dibattito sul rinnovo del contratto delle farmacie private si tende spesso a rappresentare il tema retributivo come un terreno inevitabilmente conflittuale, nel quale le istanze dei farmacisti collaboratori e le esigenze di sostenibilità delle farmacie finiscono per essere collocate su fronti contrapposti. È una lettura comprensibile, ma rischia di essere parziale. Se si osserva il confronto con maggiore distacco, emerge infatti come il problema non sia tanto l’assenza di un possibile punto di equilibrio, quanto piuttosto la difficoltà di individuarlo e assumerlo come base condivisa del negoziato.

In questa prospettiva, i numeri offrono forse un’indicazione più utile di quanto sembri. Il livello 1 del Ccnl Farmacie Private prevede oggi 1.969,97 euro lordi mensili, mentre il 2° livello del Ccnl Commercio, applicato anche ai farmacisti impiegati nella Grande distribuzione, si colloca a 2.236,65 euro. Il differenziale è di 266,68 euro mensili, pari a 3.732,52 euro lordi annui su quattordici mensilità. Questo dato viene spesso richiamato come semplice elemento comparativo, quasi come argomento di pressione negoziale. In realtà potrebbe essere letto in modo diverso, non come oggetto del contendere, ma come possibile criterio di composizione.

A mio avviso proprio l’adeguamento a questo differenziale potrebbe rappresentare un punto di incontro credibile per chiudere una dinamica di tira e molla che rischia altrimenti di perpetuarsi senza produrre un vero avanzamento. Il motivo non risiede solo nell’entità economica del gap, ma nel fatto che esso costituisce un riferimento oggettivo, già esistente all’interno del sistema. Non una soglia costruita in modo arbitrario, non una pretesa sganciata da parametri verificabili, ma un benchmark che pone una questione di coerenza.

È infatti difficile sostenere che un farmacista collaboratore in farmacia privata debba avere un minimo contrattuale inferiore a quello riconosciuto a colleghi che operano nella Gdo. La questione non riguarda la contrapposizione tra modelli distributivi differenti, ma il riconoscimento di un principio di equità legato alla medesima qualificazione professionale. Si parla della stessa laurea, della stessa abilitazione, dello stesso nucleo di responsabilità professionali. Per questo il valore rappresentato da quel differenziale non appare come una rivendicazione massimalista, ma come una soglia ragionevole entro cui può trovare spazio una sintesi.

Ed è proprio questo, probabilmente, l’aspetto più interessante. Perché in un negoziato la soluzione raramente coincide con la piena affermazione della posizione di una parte. Più spesso coincide con l’individuazione di un punto che entrambe possano riconoscere come equilibrato. Il differenziale potrebbe avere esattamente questa funzione: non rappresentare il massimo di una richiesta né il minimo di una concessione, ma un punto di caduta credibile.

Una lettura di questo tipo consente anche di uscire da un equivoco ricorrente, quello per cui ogni ragionamento sull’adeguamento retributivo verrebbe percepito automaticamente come incompatibile con la sostenibilità economica delle farmacie. In realtà assumere questo differenziale come base di accordo non significa ignorare le condizioni economiche del settore, ma piuttosto delimitare un obiettivo chiaro entro cui costruire un’intesa. Anzi, proprio il fatto che si tratti di chiudere un gap definito e non di aprire una dinamica indefinita di rincorsa salariale, rende il ragionamento compatibile con una logica di sostenibilità.

Questo punto merita attenzione, perché spesso le trattative si irrigidiscono non tanto sul merito, quanto sul timore che ogni avanzamento apra ulteriori pretese. Ma qui il ragionamento è diverso: non si propone una spirale, si individua una soglia. Non si apre una sequenza indefinita, si chiude una distanza. Ed è una differenza concettuale rilevante.

Inoltre, il tema non può essere separato dal quadro più ampio in cui il settore si trova oggi. Le difficoltà di reperimento dei farmacisti, la crescente fatica ad attrarre nuove generazioni e il tema della tenuta professionale della farmacia sono questioni che non dipendono esclusivamente dal livello retributivo, ma che difficilmente possono prescinderne. In questo senso l’adeguamento a quel differenziale non sarebbe soltanto una misura economica, ma anche un segnale di valorizzazione e stabilizzazione. Non un costo da leggere isolatamente, ma una componente di una riflessione più ampia sulla sostenibilità futura del sistema.

Per questo considero l’adeguamento a questo gap non semplicemente una proposta tra le altre, ma forse il punto più naturale su cui chiudere il confronto: non una soluzione perfetta, ma ragionevole. E spesso, nei negoziati più complessi, sono proprio le soluzioni ragionevoli quelle che durano.

Forse allora il tema non è continuare a discutere se questo differenziale sia troppo o troppo poco, ma riconoscere che potrebbe essere esattamente la misura necessaria per mettere fine a un tira e molla che dura da troppo tempo e trasformare finalmente il rinnovo contrattuale da terreno di contrapposizione a occasione di equilibrio. Se il negoziato deve produrre una sintesi credibile, è difficile non vedere in questo perimetro una base seria da cui partire e forse anche un punto sensato a cui arrivare.

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