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Tra il dire e il fare…

LA PROFESSIONE

Tra il dire e il fare…

Nella nuova policy adottata a fine agosto, la FIP chiede al farmacista territoriale un ruolo sempre più attivo nella sicurezza del farmaco. Ma tra obiettivi e risultati c’è di mezzo la necessità di procedure, riferimenti scientifici e risorse che trasformino i buoni principi in pratica quotidiana

10 settembre 2026

di Cristiano Colalto, farmacista

Il primo settembre 2026 l’International Pharmaceutical Federation (FIP) ha pubblicato un nuovo Statement of Policy and Call to Action sul ruolo del farmacista nella sicurezza del paziente e del farmaco, adottato dal Board FIP il 30 agosto 2026 in sostituzione della policy del 2020. Il documento rappresenta una visione per la professione e richiama la Global Patient Safety Challenge Medication Without Harm dell’Oms e il Global Patient Safety Action Plan 2021-2030, citando una revisione sistematica Oms del 2024 secondo cui circa metà del danno evitabile in sanità sarebbe riconducibile ai farmaci.

Per la farmacia territoriale il dato più rilevante è che la policy estende esplicitamente questa cornice oltre l’ospedale, indicando la farmacia di comunità come punto di accesso ad alta accessibilità in cui presidiare la sicurezza lungo tutto il percorso terapeutico del paziente, comprese le transizioni di cura tra ospedale, medico di medicina generale e territorio, storicamente tra i momenti più critici per la comparsa di discrepanze terapeutiche.

Tra gli obiettivi che la policy chiede al farmacista territoriale di presidiare stabilmente figurano la riconciliazione terapeutica, la revisione della terapia, la gestione dei farmaci ad alto rischio e della politerapia, la deprescrizione e la farmacovigilanza, con richiesta esplicita di un finanziamento sostenibile per questi servizi, che la FIP colloca accanto alla dispensazione e non come attività accessoria. Viene inoltre richiesto un sistema di segnalazione non punitivo degli errori e dei “near miss”, che possiamo tradurre con “quasi eventi”: gli eventi che avrebbero potuto causare un danno al paziente ma che sono stati intercettati prima che si verificasse, e che per questo costituiscono una fonte di apprendimento preventivo spesso più ricca dell’errore conclamato. Il sistema dovrebbe prendere ispirazione al principio della “just culture”, un modello di gestione dell’errore teorizzato a fine anni ’90 che sposta l’attenzione dalla colpa individuale all’analisi delle cause organizzative e di processo che lo hanno reso possibile, con l’obiettivo dichiarato di incoraggiare la segnalazione spontanea senza il timore di conseguenze disciplinari. A questo si aggiunge l’adozione di strumenti tecnologici, dal controllo con codici a barre ai sistemi di identificazione della terapia e del paziente.

Servono riferimenti e procedure

Tra il dire e il fare, tuttavia, resta un esercizio di onestà professionale che riguarda direttamente l’operatività quotidiana della farmacia: questi obiettivi sono raggiungibili solo se sostenuti da un approccio sistematico e scientificamente validato. Senza procedure scritte, indicatori di processo verificabili e una funzione tecnica, anche minima, dedicata a raccogliere e analizzare gli eventi, non è possibile costruire un’infrastruttura solida e diffusa sul territorio a garanzia dei risultati. In questo scenario la riconciliazione terapeutica resta un’attività estemporanea legata alla sensibilità del singolo professionista, la segnalazione degli errori resta un adempimento sporadico privo di funzione di apprendimento e l’adozione di strumenti digitali di supporto rischia di introdurre nuovi rischi anziché ridurli, come la stessa policy riconosce parlando di tecnologie che possono generare danno se implementate senza adeguata supervisione.

Non bastano i buoni principi

Va ricordato che uno Statement of Policy della FIP non ha valore normativo vincolante in alcuna giurisdizione e orienta l’agenda delle organizzazioni professionali aderenti senza imporre obblighi. Il suo valore per la farmacia territoriale italiana sta quindi nell’uso che se ne può fare come leva di posizionamento professionale, più che come riferimento regolatorio diretto. Se la professione crede davvero in questa visione, il passo conseguente è iniziare a costruire gli strumenti scientifici adatti a sostenerla, non limitarsi a condividerne i principi.

Calato nel contesto italiano, il tema centrale resta la distanza tra gli obiettivi enunciati e le strutture disponibili per sostenerli. La farmacia dei servizi prevede già alcune delle attività richieste dalla policy, ma senza procedure operative standardizzate e validate da una struttura tecnico-scientifica di riferimento risulta difficile garantire un risultato robusto e riproducibile su tutto il territorio. Senza un approccio tecnico-organizzativo fondato su linee guida condivise, il richiamo FIP alla leadership del farmacista territoriale nella sicurezza del farmaco rischia di restare, anche in Italia, un’affermazione di principio priva di riscontro operativo.

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