Un dolore motore di bene
IL LIBRO
Un dolore motore di bene

Dalle ferite di Haiti e Gaza all’impegno nelle periferie e nelle carceri delle nostre città: i 25 anni della Fondazione Rava raccontati nel libro “Ti cercherò per sempre”
12 febbraio 2026
di Laura Benfenati
La storia delle sorelle Rava è la storia di tante sorelle e fratelli, madri, padri, figli. È la storia di chi, attraversando il dolore più grande, sceglie di non restare fermo, di non lasciarsi andare, e decide di trasformare una ferita in un gesto che si moltiplica, che coinvolge tante persone in tante aree disagiate del mondo. Un lutto diventa motore di bene. Ed è così che è nata 25 anni fa la Fondazione Francesca Rava, che oggi si racconta in un libro: Ti cercherò per sempre. La storia di due sorelle e della Fondazione Rava scritto da Claudio Guerrini, conduttore radiofonico e televisivo e scrittore.
Mariavittoria ha un’energia straordinaria e trascina tutti quelli che entrano in contatto con lei ma non ama parlare di sé e della sua storia. Sollecitata alla presentazione del libro alla Fondazione Corriere della Sera, ha raccontato l’amore per Francesca, di due anni più piccola, persa in un incidente stradale quando aveva 26 anni. Al funerale, Anna Lori Ambrosoli, la vedova di Giorgio Ambrosoli, l’“eroe borghese” di Corrado Stajano, le disse: «Questo dolore non passerà mai, ma potrai trasformarlo e sentire tua sorella sempre dentro di te». Non si tratta di dimenticare, ma di interiorizzare la perdita e farla diventare forza: il “Rimanete nel mio amore” del Vangelo di Giovanni è una frase che diventa programma di vita, ci ha ricordato la signora Ambrosoli alla presentazione.
La scelta di esserci
Mariavittoria inizia quindi con una consulenza gratuita a una Fondazione internazionale, si appassiona, conosce Padre Rick che ad Haiti si prende cura dei bambini più fragili, costruisce lì un ospedale pediatrico antisismico, il Saint Damien, avvia l’impegno nei quartieri difficili di Milano, nelle carceri minorili, nei presidi pediatrici, nelle farmacie solidali, nelle zone terremotate, dà vita con la farmacista Emanuela Ambreck a “In farmacia con i bambini”: «Ogni gesto nasce da una scelta: esserci».
Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ma anche molti suoi giornalisti, primo tra tutti Michele Farina che ad Haiti è andato e ha scritto pagine bellissime, sono entusiasti sostenitori della Fondazione Rava, per cui hanno promosso raccolte di fondi e iniziative. «I lettori del Corriere sono una comunità solidale, c’è un entusiasmo che la Fondazione Rava ci trasmette, un “contagio” del bene che lascia il segno», ha detto Fontana.
L’ingegnere, il panettiere, la ginecologa
Haiti, il Mediterraneo, Gaza: nomi che evocano emergenze, tragedie, fragilità e resilienza. Bambini che stringono il pane per portarlo a casa alle loro mamme, donne scampate ai bombardamenti, famiglie che cercano un frammento di normalità. Haiti e Gaza sono simboli di resilienza ma lo sono anche tante altre parti del mondo in cui la Fondazione Rava opera, dove ci sono bambini, donne e famiglie vulnerabili: dalle zone d’Italia terremotate all’America Latina, dalle periferie disagiate del nostro Paese al Carcere Beccaria, alle navi della Marina Militare. In questi luoghi, l’aiuto non è solo assistenza: è presenza, è dignità, è futuro. È la consapevolezza che “Prima si parte, poi si decide cosa fare”, perché davanti all’emergenza non si resta spettatori: si agisce. L’inesauribile capacità di trascinare e coinvolgere di Mariavittoria Rava ha portato intorno a lei personaggi famosi – Martina Colombari, Arisa, Paolo Fresu tra gli altri – tantissimi straordinari volontari, tanti professionisti che hanno messo al servizio della Fondazione la loro competenza.
Come Alessandro Cecchinato, l’ingegnere che ha progettato il più grande ospedale pediatrico dei Caraibi, il Saint Damien, l’unico edificio pubblico rimasto in piedi ad Haiti dopo il terremoto. Un simbolo, costruito con competenza, responsabilità e rispetto, come ha raccontato l’ingegnere: «È diventato campo base per gli aiuti, punto di riferimento per una comunità ferita. Lo abbiamo realizzato in condizioni proibitive, senza dati, senza manovalanza esperta ma è la prova che fare bene le cose può salvare vite».
Fare bene che può significare costruire un ospedale o, come ha raccontato il panettiere Marco Randon, sfornare pagnotte in ogni angolo del globo dove c’è bisogno e insegnare ai ragazzi di Haiti il mestiere. «Le Fondazioni che lavorano sul territorio costruiscono fiducia. Accompagnano al lavoro, sostengono le famiglie, proteggono i bambini. Non distribuiscono solo aiuti: ricostruiscono legami, restituiscono un po’ di normalità», ha raccontato la ginecologa Maita Sartori che opera da anni come volontaria della Fondazione insieme al marito. «In questo intreccio di storie emerge una parola chiave: sorellanza. Riconoscersi nello sguardo dell’altro. Sapere che il dolore non è mai solo privato, ma può diventare un ponte».
“Non fermarsi mai. C’è sempre qualcosa che si può fare”: il messaggio di questa storia bellissima è che non servono gesti straordinari, ma una straordinaria continuità. La scelta quotidiana di trasformare la sofferenza in cura, la memoria in impegno, l’amore in azione.