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Un test (gratuito) per smascherare il “drink spiking”

IL PROGETTO

Un test (gratuito) per smascherare il “drink spiking”

(c) Pixel-Shot.Com/magific.com

Più di 2mila kit distribuiti tra farmacie, università e scuole di Roma per contrastare il fenomeno delle cosiddette “droghe dello stupro”. È stata un successo l’iniziativa ideata dalla farmacista Cristina Ercolani e promossa da Federfarma Roma, premiata a Cosmofarma 2026 per il forte impatto sociale e l’efficacia sul territorio

28 maggio 2026

di Carlo Buonamico

C’è chi entrava in farmacia chiedendo un consiglio, chi un farmaco. E chi, invece, cercava un piccolo kit da infilare in borsa prima di una serata in discoteca. Accadeva a Roma, dove tra il 2025 e il 2026 sono stati distribuiti gratuitamente oltre duemila test anti “drink spiking” – l’aggiunta di sostanze sedative o stupefacenti nei drink all’insaputa della vittima – grazie al progetto “Il consenso non si scioglie in un drink”, promosso da Federfarma Roma e ideato dalla farmacista Cristina Ercolani.

Un’iniziativa nata grazie a un’intuizione e diventata nel giro di pochi mesi un caso capace di coinvolgere farmacie, centri antiviolenza, università e scuole superiori. Fino ad arrivare anche all’estero, suscitando l’interesse della stampa spagnola.

«Il progetto è nato da una mia riflessione riguardo a questi kit che mi erano stati regalati da un’azienda», racconta Ercolani. Prima, però, c’è stato un lungo lavoro dietro le quinte. I test, prodotti in Irlanda, dovevano essere registrati in Italia come dispositivi medici. «Il primo passo importante è stato registrarli al ministero della Salute, per poter distribuire in farmacia qualcosa che fosse certificato».

Da lì è partita la macchina organizzativa. Un’adesione volontaria delle farmacie, la collaborazione con associazioni impegnate contro la violenza di genere e poi la distribuzione gratuita dei kit. La prima edizione, a novembre 2025, ha coinvolto 67 farmacie di Roma e provincia. Ogni presidio ha ricevuto 40 test. Ma sono bastati pochi giorni per capire che la richiesta era molto più alta del previsto. «Avevamo 1.600 kit e mi sembravano tantissimi», ricorda la farmacista. «Invece c’è stata un’adesione esplosiva».

A fare la differenza è stata soprattutto la rete costruita intorno all’iniziativa. «Associazioni come Differenza Donna, Telefono Rosa e altri centri antiviolenza hanno organizzato giornate informative direttamente nelle farmacie, parlando con ragazzi e famiglie di drink spiking, un fenomeno ancora poco conosciuto ma sempre più diffuso», racconta Ercolani.

Le cosiddette “droghe dello stupro” – spesso derivati di chetamina o scopolamina – vengono utilizzate per stordire la persona, provocare vuoti di memoria e renderla vulnerabile ad aggressioni sessuali, furti o rapine. «Queste sostanze hanno la capacità di annullare la memoria a breve termine», spiega la farmacista. «La vittima viene stordita e il giorno dopo difficilmente ricorda quanto accaduto».

Il kit funziona in modo semplice. Entra in contatto con la bevanda e cambia colore se rileva sostanze alteranti (circa trenta). Una reazione immediata, pensata soprattutto come strumento di prevenzione e consapevolezza. Proprio la consapevolezza, secondo la consigliera di Federfarma Roma, è stato il risultato più importante. «Tanti ragazzi nemmeno sapevano che esistesse il problema del drink spiking».

Così le richieste hanno continuato ad aumentare, le farmacie aderenti al progetto a moltiplicarsi, le università a chiamare. A marzo 2026, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, è partita una seconda edizione del progetto che ha coinvolto anche La Sapienza e l’Università degli Studi Tor Vergata, oltre a diversi licei romani. In totale sono stati distribuiti, come dicevamo, oltre 2.000 kit.

Nel frattempo, sono emerse anche storie inattese. Perché il drink spiking non riguarda soltanto le donne e non sempre ha finalità sessuali. «Abbiamo scoperto che queste sostanze vengono usate anche sui ragazzi, spesso per derubarli», racconta Ercolani. «Ci sono stati casi di persone che si sono risvegliate senza portafoglio o senza ricordare nulla della sera prima».

In ogni caso, il messaggio che la farmacista considera più importante non riguarda il test in sé. «Io volevo far passare questo pensiero: se senti che c’è qualcosa che non va, non aspettare di usare il kit. Vai via prima». Un cambio di atteggiamento che, a giudicare dai racconti raccolti nelle farmacie, sembra aver lasciato il segno. «Molte ragazze mi hanno detto che dopo questa campagna hanno iniziato a fare più attenzione ai drink offerti nei locali. Alcune, vedendo situazioni strane, hanno preferito non bere affatto. E questo significa che il campanello d’allarme si è acceso».

Tanto grande è stato il successo dell’iniziativa che non resterà un caso isolato. «Abbiamo capito l’importanza di fare informazione e che la farmacia deve essere percepita anche per il ruolo sociale che riveste sul territorio. Per questo è mia intenzione realizzare nuove edizioni del progetto, auspicando che possano aderire nuove farmacie e che si possa ampliare anche la rete di associazioni territoriali utili a sensibilizzare la popolazione su questa tematica».

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