informazione, partecipazione, condivisione

“Dottore Farmacista”: non è nominalismo, è identità professionale

LA VOCE DELLA BASE

“Dottore Farmacista”: non è nominalismo, è identità professionale

(c) magnific.com - informazioni IA

Quel termine in più non pretende di aumentare il prestigio della categoria, ma permette di rappresentare meglio ciò che il farmacista è già: un professionista sanitario con competenze, autonomia e responsabilità proprie.

10 settembre 2026

di Francesco Palagiano,
farmacista

In un mio precedente intervento su iFarma Digital, ho proposto di avviare un percorso affinché venga adottata come denominazione ufficiale della nostra professione quella di “dottore farmacista”, in sostituzione dell’attuale denominazione di “farmacista”. La proposta ha suscitato interesse e consensi, ma anche alcune obiezioni. Vorrei quindi provare a chiarire meglio il significato della proposta e, soprattutto, le ragioni che hanno portato a formularla.

Siamo tutti “dottori”?

Una delle osservazioni più frequenti è stata questa: tutti i laureati possono fregiarsi del titolo di “dottore”, senza che tale titolo entri necessariamente nella denominazione ufficiale della professione. Non diciamo “dottore avvocato”, né “dottore architetto”.

L’obiezione parte da un considerazione corretta, ma non è universalmente valida. Nel nostro ordinamento, infatti, esistono professioni nelle quali il termine “dottore” è parte integrante della denominazione professionale ufficiale. Un caso particolarmente pertinente è quello del dottore commercialista, previsto dal D.Lgs. 139/2005 e richiamato nello stesso nome dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. Analogamente, la legge n. 3/1976 disciplina espressamente le professioni di dottore agronomo e dottore forestale.

Il caso del commercialista mi sembra particolarmente significativo anche sul piano linguistico. La desinenza -ista, di antichissima origine, deriva dal greco -istḗs (-ιστής) e identifica chi esercita un’attività o possiede una determinata competenza, ma non esprime, di per sé, né il livello di formazione richiesto né la natura regolamentata di quella attività. La ritroviamo tanto in denominazioni di mestieri e attività tecnico-pratiche – gommista, elettricista, fiorista – quanto in professioni regolamentate, come commercialista e farmacista.

Per il commercialista, però, l’ordinamento prevede espressamente la denominazione di “dottore commercialista”: una qualificazione che contribuisce a rendere immediatamente percepibile la sua appartenenza alle professioni liberali e lo distingue, anche sul piano linguistico, dalle molte attività in -ista tradizionalmente ricondotte alle arti e ai mestieri.

Perché, allora, non prevederlo anche per noi? Il farmacista è un laureato, un professionista sanitario abilitato e iscritto a un Ordine, titolare di responsabilità che l’evoluzione normativa ha progressivamente ampliato. La denominazione di “dottore farmacista” renderebbe immediatamente riconoscibile, già nel nome, questa realtà professionale, adottando una soluzione già presente nella tradizione professionale e ordinistica del nostro Paese.

Non solo una questione formale

Una seconda obiezione sostiene che si tratterebbe, in fondo, di puro nominalismo: non sarà certo cambiando un nome che aumenteranno il prestigio e la considerazione sociale della nostra professione. Concordo: un nome, da solo, non può creare competenze, responsabilità o prestigio. Ma non è di questo che stiamo parlando, piuttosto chiediamo al nome di rappresentare meglio una funzione e una considerazione sociale che già esistono.

Quelle competenze e quelle responsabilità le abbiamo acquisite prima attraverso un lungo percorso di studi e, successivamente, esercitandole ogni giorno sul campo. Il farmacista è già, per legge, un professionista sanitario. E chi vive quotidianamente la professione sa bene che il cittadino entra in farmacia e si rivolge spontaneamente a noi chiamandoci “dottore”. Non lo fa perché conosce l’ordinamento universitario italiano, ma perché attraverso quella parola esprime fiducia, riconoscimento di competenza e affidamento. In questo senso, la mia proposta non nasce dal desiderio di conquistare attraverso una parola una considerazione che manca ma, al contrario, dalla constatazione che la percezione del cittadino è arrivata prima della denominazione ufficiale.

Questa riflessione riguarda inevitabilmente anche il rapporto con il medico. La sanità territoriale moderna non può essere costruita su compartimenti stagni, ma sulla collaborazione tra competenze differenti, ciascuna con le proprie specificità e responsabilità. Lo afferma anche il nostro Codice deontologico. L’art. 16 stabilisce che, nei rapporti con gli altri operatori sanitari, il farmacista debba ispirarsi al rispetto reciproco e favorire collaborazione, integrazione e condivisione nell’ambito delle rispettive competenze e responsabilità. Per il farmacista che opera nelle strutture sanitarie pubbliche e private non aperte al pubblico, l’art. 34 utilizza una formula ancora più significativa: “pari dignità e autonomia”, insieme alla necessità di instaurare rapporti di costruttiva collaborazione professionale nel rispetto dei reciproci ruoli.

È questo il significato che attribuisco all’espressione “da dottore a dottore”. Non significa sovrapporre competenze, né rivendicare prerogative proprie del medico. Significa riconoscere pienamente le rispettive specificità e confrontarsi su un piano di reciproco riconoscimento professionale, nell’interesse superiore del paziente. Il medico resta il medico e il farmacista resta il farmacista: proprio per questo possono e devono dialogare come professionisti sanitari che si riconoscono competenza, autonomia e responsabilità.

Il benaltrismo colpisce anche qui

Vi è poi una terza obiezione: i problemi della categoria sarebbero “ben altri”. Le condizioni dei farmacisti collaboratori, le retribuzioni, l’inquadramento contrattuale, il riconoscimento economico delle responsabilità sempre maggiori che vengono loro affidate. Sono problemi reali e importanti, sui quali la categoria deve impegnarsi con determinazione. Ma occorre ricordare che il farmacista collaboratore non deve ottenere il riconoscimento giuridico di professionista sanitario: lo è già. Il problema è, piuttosto, far sì che l’inquadramento contrattuale, le condizioni di lavoro e la retribuzione siano finalmente coerenti con la preparazione universitaria, le responsabilità e le funzioni che oggi gli vengono richieste.

Ed è proprio qui che il cosiddetto benaltrismo mostra il proprio limite. L’esistenza di problemi più urgenti non rende irrilevanti tutte le altre questioni. Una categoria può e deve perseguire contemporaneamente obiettivi economici, professionali, normativi e identitari. Anzi, questi obiettivi possono rafforzarsi reciprocamente. Una professione che afferma con maggiore chiarezza la propria natura sanitaria, il proprio patrimonio di competenze e la propria responsabilità nei confronti del paziente dispone anche di argomenti più forti quando chiede che tutto questo trovi un adeguato riconoscimento nei contratti e nelle retribuzioni. Riconoscimento economico e riconoscimento dell’identità professionale non sono dunque obiettivi alternativi: possono, al contrario, concorrere alla medesima valorizzazione della professione.

Le parole, da sole, non cambiano la realtà. Ma non sono neppure irrilevanti: la raccontano, la rappresentano e contribuiscono, nel tempo, a determinarne la percezione. Se chiediamo che il farmacista venga riconosciuto nei fatti per il professionista sanitario che è, non vedo perché dovremmo rinunciare a chiedere che questo riconoscimento trovi espressione anche nella sua denominazione ufficiale. Non per diventare qualcosa di diverso, ma perché ciò che già siamo venga finalmente chiamato con un nome che lo rappresenti.

0 Condivisioni

Altre news

9 Settembre 2026 ,