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Ri-etichettare l’allergia alla penicillina? Si può (e si deve)

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Ri-etichettare l’allergia alla penicillina? Si può (e si deve)

(c) freepik.com

La scorsa puntata abbiamo parlato di come sia possibile smentire l’accusa alle statine di essere causa di dolori muscolari, questa volta facciamo lo stesso con le presunte allergie alle penicilline

Questa è una rubrica quindicinale che parla – da farmacista a farmacista – di aderenza terapeutica, che vuole trasmettere nozioni ma essere anche pratica, per poterne sfruttarne i consigli tutti i giorni al banco. Tutte le puntate qui

26 giugno 2025

di Sergio Cattani, farmacista

In una puntata di gennaio (Inverno, tempo di antibiotici), abbiamo già evidenziato come nella pratica quotidiana un rash cutaneo durante la terapia antibiotica, specialmente con i beta-lattamici, porti frequentemente a un’automatica diagnosi di allergia e a un immediato cambio di principio attivo. Ma quanto è fondata questa prassi? E quale ruolo può e deve avere il farmacista in questo contesto?

Tra sospetto e realtà: le allergie vere sono rare
Nei Paesi ad alto reddito, tra il 5 e il 15 per cento dei pazienti riporta un’allergia alla penicillina. Tuttavia, evidenze consolidate mostrano che oltre il 95 per cento di questi non presenta una reazione immunomediata reale. Studi come quelli di Blumenthal et al. (2017) e Park et al. (2011) dimostrano che più del 90 per cento dei pazienti con una presunta allergia alla penicillina risulta negativo ai test cutanei e può tollerare il farmaco senza aumento di rischio. La reale incidenza di anafilassi è inferiore allo 0,005 per cento.
In molti casi, le reazioni cutanee sono legate a esantemi virali, soprattutto in età pediatrica, o ad altri fattori come tossicità, interazioni farmacologiche o componenti aggiuntivi (es. clavulanato). Esistono anche protocolli di desensibilizzazione, utilizzabili in condizioni specifiche e in ambienti controllati.

Un’etichetta da rimuovere
Il problema principale è l’“etichettamento” sotto la voce “allergia” – precoce e spesso non verificato – che colpisce fino al 10 per cento della popolazione. I pazienti vengono considerati per tutta la vita “allergici alla penicillina”, escludendoli da terapie di prima linea che sarebbero più efficaci, sicure e a minor impatto in termini di resistenze antimicrobiche. Questo vincolo diagnostico è raramente riconsiderato nel tempo, divenendo un ostacolo clinico inutile.

PEN-FAST: uno strumento per valutare il rischio
Per aiutare i clinici nella valutazione, è stato validato il decision tool PEN-FAST, che si basa su cinque criteri:

PEN: segnalazione di allergia alla penicillina
F (Five): reazione avvenuta entro cinque anni
A: presenza di anafilassi o angioedema
S: reazione cutanea severa
T: trattamento richiesto per la reazione

Un punteggio più alto indica una probabilità maggiore di reale allergia.

Il ruolo del farmacista: informare, orientare, tutelare
In questo scenario, il farmacista svolge un ruolo chiave: può contribuire a distinguere tra allergia vera e sospetta, raccogliendo informazioni con questionari validati e incoraggiando un approfondimento diagnostico. Identificare i pazienti che non sono realmente allergici consente di restituire loro l’accesso a terapie ottimali, migliorando gli esiti clinici e contribuendo alla lotta contro l’antibiotico-resistenza.

Un recente studio statunitense, condotto in un ospedale comunitario non accademico, ha dimostrato la fattibilità e l’efficacia di un programma ambulatoriale guidato da farmacisti per rivalutare queste diagnosi. Durante i 18 mesi dello studio, 457 pazienti sono stati sottoposti a test allergologici: il 96 per cento è stato “delabeled” con successo, ovvero liberato da un’allergia mai confermata. Le reazioni avverse sono state minime e lievi, e tutti i pazienti hanno potuto ricevere antibiotici appropriati dopo il test. Questa esperienza dimostra che il farmacista, in collaborazione con altri specialisti, può svolgere un ruolo cruciale nella gestione delle allergie agli antibiotici e nella promozione di una terapia antimicrobica più sicura, efficace e sostenibile.

Conclusione
Come professionisti della salute, abbiamo il dovere di non fermarci alle apparenze: un’etichetta può pesare quanto una diagnosi errata. Rimettere in discussione l’“allergia alla penicillina” è un gesto di responsabilità clinica e un’opportunità per migliorare la cura dei nostri pazienti. Il farmacista ha il dovere di sostenere la terapia medica, sconsigliando di interrompere una cura antibiotica in seguito alla comparsa di qualche esantema non grave. Piuttosto, meglio rinviare al medico, che valuterà se la reazione vale la sospensione dell’antibiotico o se invece è opportuno continuare. Gli studi mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi si può proseguire senza problemi.

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